Il bluff incrociato che può far saltare il banco

I «governisti» vogliono mettere in difficoltà la sinistra radicale e spaccare Rifondazione, i «ribelli» alzano la posta

Luca Telese

da Roma

Così, dopo quindici giorni di palpitazioni, strappi, bufere a Motecitorio, proclami, la saga degli otto ribelli (per ora) dopo essere cominciata come un melodramma si chiude come una pagina di commedia all’italiana, una nuova grande bolla di sapone. Così, dopo fiumi di inchiostro, fotine segnaletiche, borsini di saliscendi con l’appello dei «ribelli» scandito sul Corriere della sera e La Repubblica, la montagna partorisce il topolino, e tutto il grande can can degli otto (e poi nove) senatori che avrebbero dovuto arrivare al gran rifiuto si chiude (salvo sorprese) con tre righe di agenzia alle 15 e 17 di ieri, al termine della riunione di gruppo di Rifondazione comunista a Palazzo Madama: «Afghanistan, i dissidenti del Prc votano sì se c’è fiducia».
Per carità, dopo la sorpresa di Paolo Cacciari (il deputato di Rifondazione che alla Camera ha dato le dimissioni per non votare la missione) tutto è ancora possibile, anche un colpo di scena. E non è detto che a dire no non sia qualche insospettabile che è rimasto «sommerso» fino ad ora. Ma per ora sembra proprio che abbia prevalso la «linea Salvi» (nel senso di Cesare). Ovvero: se sono libero di fare come voglio voto no alla missione, se non sono libero (ovvero c’è la fiducia), voto sì alla fiducia. «Ma allora - si chiedeva Salvi dopo aver infiammato una assemblea di pacifisti stando attento a dire solo la prima proposizione - perché non mettono la fiducia»? Desiderio esaudito.
E infatti le cose sono andate più o meno così: dopo il voto a Montecitorio i vertici di Rifondazione hanno comunicato al sottosegretario Vannino Chiti che senza la fiducia nessuno avrebbe potuto garantire sul voto dei cosiddetti «ribelli». Uno di loro, Claudio Grassi, senatore del Prc ieri lo diceva senza giri di parole: «A questo punto auspico che ci sia un voto di fiducia in modo che la maggioranza si ricompatti e il provvedimento non passi con i voti della destra». E Franca Rame, un’altra che era andata all’assemblea dei pacifisti «senza se e senza ma» di sabato, una che proprio in quella sede si era spellata le mani per applaudire un intervento barricadero di suo marito Dario Fo, è arrivata ad annunciare con un incredibile candore al Corriere della sera: «Voterò la fiducia, mi hanno convinto mio marito e mio figlio». Fantastico.
Persino Gigi Malabarba, uno dei più determinati ieri spiegava: «Se c’è una disponibilità a dare qualche segnale nella direzione di quello che avevamo chiesto la questione si migliora. Altrimenti non rimarrà che il voto di fiducia su cui nessuno di noi ha mai avuto l’intenzione di far cadere il governo». Come lui, più o meno, la pensano tutti gli altri della pattuglia, dai più «felpati» (Loredana De Petris e Giampaolo Silvestri dei Verdi, Fernando Rossi del Pdci) ai più irriducibili (Fosco Giannini e Franco Turigliatto di Rifondazione, Mauro Bulgarelli dei Verdi).
Il problema è che la tentazione del governo continua a essere quella di giocare alla sinistra radicale uno «scherzetto», evitando di arrivare alla fiducia, e mettendo a nudo le sue contraddizioni. Insomma, è come un braccio di ferro tra due giocatori che vogliono bluffare entrambi: Romano Prodi, Arturo Parisi e Massimo D’Alema sanno che se riuscissero a ottenere l’approvazione senza la fiducia, otterrebbero il risultato di spaccare Rifondazione (ma non possono rischiare di cadere dopo aver minacciato tutti le dimissioni in caso di un voto di minoranza). I dissidenti, invece, morirebbero dalla voglia di essere determinanti con il loro no (ma non possono correre il rischio di fare cadere il governo a pochi mesi dalla vittoria elettorale). Ecco perché fino a stamattina entrambi continueranno a rilanciare. Il che vuol dire che la posta si alza. E che magari, a Palazzo Madama, tra «i ribelli» e i «governisti», qualcuno resterà comunque in mutande.