Il bluff di Prodi e la poca voglia di correre uniti

Francesco Damato

Il polverone alzato dall’opposizione contro i presunti abusi compiuti dal presidente del Consiglio per aumentare la sua esposizione radiotelevisiva, purtroppo con l’aiuto del presidente della Repubblica, in una campagna elettorale di fatto già cominciata, ha coperto l’ennesima partita truccata giocata da Romano Prodi nel proprio schieramento.
Per placare le minacciose proteste del leader della cosiddetta Unione contro «lo spirito smarrito delle primarie» di ottobre i due maggiori partiti della coalizione gli concessero la sera del 16 gennaio, dopo un lungo e sofferto vertice, l’annuncio di una imminente unificazione dei loro gruppi parlamentari sotto l’insegna e il nome dell’Ulivo.
Per quanto programmata per il 29 gennaio, cioè per lo stesso giorno in cui si riteneva allora che si dovessero sciogliere le Camere, per cui l’unificazione aveva valore più simbolico che pratico, la notizia fu spesa da Prodi e dai suoi uomini come una nuova, significativa tappa verso la costituzione del Partito Democratico. Dove post-comunisti, post-democristiani di sinistra, post-radicali, post o pseudoliberali, post-ecologisti e post-socialisti dovrebbero sciogliere e mescolare le loro organizzazioni e identità.
Ai parlamentari della Quercia e della Margherita che non gradirono l’annuncio e protestarono con le segreterie dei due partiti, molti temendo peraltro una ulteriore complicazione per le loro già traballanti ricandidature nelle liste unitarie dell’Ulivo decise per molte circoscrizioni della Camera di fronte alle pressanti richieste di Prodi, furono rivolti inviti alla prudenza. A dimostrazione della natura meramente simbolica e non vincolante dell’unificazione appena annunciata fu spiegato ai critici e dubbiosi che lo scioglimento imminente delle Camere avrebbe, fra l’altro, esonerato i deputati e i senatori dei due partiti dal compito assai impervio, foriero di chissà e quali contrasti, di eleggere i loro nuovi capigruppo.
Svanito per il 29 gennaio e rinviato all’11 febbraio lo scioglimento delle Camere, i pretoriani di Prodi per un po’ hanno sperato che la cerimonia dell’unificazione dei gruppi fosse confermata se non per la data originaria, almeno per la nuova concordata tra i presidenti della Repubblica e del Consiglio per il congedo dei parlamentari di questa quattordicesima legislatura. Ma nel frattempo le preoccupazioni e le resistenze nella Quercia e nella Margherita verso le smanie unificatrici dei prodiani sono aumentate. Non è piaciuto, fra l’altro, lo spirito assai di parte, se non di fazione, intravisto nel negoziato aperto da Prodi e dai suoi collaboratori con i vertici dei due partiti per assicurarsi un certo numero di candidature blindate, in grado di produrre nel nuovo Parlamento in caso di necessità, cioè di naufragio del progetto del Partito Democratico, un gruppo a parte, di fedelissimi del professore. Come prova di fiducia nel processo d’unificazione dei due partiti, in effetti, non è il massimo.
A questo punto la pur simbolica cerimonia di unificazione dei gruppi parlamentari uscenti dei due partiti sembra essersi persa per strada. Non si è fatta il 29 gennaio e forse non si farà neppure l’11 febbraio, giorno peraltro già prenotato per un’assemblea sul programma dell’Unione. «Unificazione dei gruppi? Ma dove? Ma quando? Chi l’ha mai deciso?», ha sarcasticamente reagito Franco Marini, della Margherita, quando gliene ho chiesto conferma, l’altro ieri.