Bmw, l’operaio cinese «premium» e la voglia di lusso del Dragone

Il fenomeno delle auto coreane è un «case study» da Mit. Anni fa la capacità di competere dei coreani era affidata soltanto ai bassi costi di produzione e ai prezzi, i più bassi del mercato, che consentivano di attirare verso i loro prodotti fasce di clientela a redditi molto bassi che si «accontentavano» di auto qualitativamente modeste dotate di una tecnologia altrettanto modesta.
Ma negli anni i coreani sono stati in grado di cambiare totalmente, e quindi migliorare in maniera radicale la progettazione e la produzione dei loro prodotti, spostando il livello della competitività dal prezzo all’attrazione per il prodotto che, ormai, ha un design evoluto, delle linee che identificano il brand, partendo dal frontale, un profilo accattivante. Insomma prodotti da fare invidia alla produzione europea.
Questo continuo miglioramento ha portato due aree di riconoscimenti: uno è quello dei premi che i prodotti coreani hanno conseguito dai vari centri di valutazione, sia in Europa sia negli Stati Uniti, premi assegnati alla Kia Rio, alla Hyundai Avante, addirittura la Kia Picanto ha ricevuto un riconoscimento per il design del prodotto, ovvero l’«iF Product Design Award 2012».
Il secondo risultato è il successo commerciale che il prodotto coreano sta consolidando in più continenti. Nel 2011 la metà della produzione mondiale si è concentrata in Asia, dove ovviamente la Cina la fa da leone, ma la Corea non è da meno. Guardando indietro, in effetti, la capacità dei coreani di raggiungere livelli di qualità e di design pari a quelli dell’Europa occidentale non era considerata come una possibilità industrialmente realizzabile.
I risultati attuali hanno radicalmente smentito queste valutazioni in qualche modo «arroganti» del mondo occidentale e oggi, sia negli Usa sia in Europa, l’automobile coreana è un legittimo concorrente per il rapporto prodotto, design, prezzo, qualità ed è uno spauracchio per gli occidentali che sottrae volumi e margini ai costruttori locali. Facendo un parallelo con il nostro produttore nazionale, la Fiat, e lasciando per un momento la Chrysler come fenomeno principalmente americano, viene un legittimo sconforto e una grande preoccupazione per i programmi e per il futuro di questa fondamentale realtà industriale italiana che ormai produce nel nostro Paese meno di 500mila unità l’anno.
Chissà se la creatività, l’energia e la sapienza industriale italiana, che sicuramente non è da meno di quella coreana, possono essere in grado di riprendere dopo questo periodo buio, insieme con la forza lavoro e un sindacato meno retrogrado e meno politicizzato, la via delle sviluppo e dell’affermazione del brand. Carissima Fiat, se ci sei batti un colpo. Noi abbiamo bisogno di te.
*Presidente di Areté Methodos