Una boa per i naufraghi

Quando si evocano le «larghe intese», il cittadino pensa subito a qualcosa di noioso e fumoso, come le «convergenze parallele» ed altre finezze della Prima Repubblica. In realtà ora la faccenda è molto divertente e concreta: a destra e a manca si comincia a discutere del dopo-Prodi, non come se fosse un orizzonte lontano, anzi. C’è chi è pronto a scommettere che non sarà la fatidica spallata del centrodestra a far crollare l’impero Romano ma il soffio letale dei congiurati del centrosinistra. Nell’Unione si inizia a ragionare su un governo non più di legislatura e in panchina si scaldano altri maratoneti, politici di lungo corso che captano qualsiasi scricchiolio, veri e propri sismografi del Palazzo.
Come ignorare i problemi cronici della maggioranza al Senato, aggrappata al voto senile? Come sorvolare sui settemila emendamenti presentati alla Finanziaria? Come non udire la rovinosa caduta di consenso che nemmeno i sondaggisti amici riescono più a nascondere? Il bastimento prodiano è in pessime condizioni e cinque anni di navigazione a vele sbrindellate sono impossibili. È da questo semplice ragionamento che hanno origine frasi altrimenti inspiegabili.
Se Massimo D’Alema sente il bisogno di assicurare che «non siamo alla ricerca di un altro esecutivo» e affermare che «mangeremo il panettone», nell’Unione si diffonde il panico. Se Lamberto Dini come un fulmine a ciel sereno spiega che «se disgraziatamente Prodi cadesse bisogna fare un governo istituzionale o tecnico-politico», ecco rizzarsi le orecchie delle volpi del Transatlantico. Se il Presidente del Senato Franco Marini non smette mai di ricordare che «al Paese servono obiettivi condivisi», i petali prodiani della Margherita s’agitano. E se Giuliano Amato sta acquattato e tace, nel centrosinistra c’è chi si lambicca sul silenzio del Dottor Sottile.
D’Alema fa la parte del nocchiero che cerca di catturare gli alisei, mentre gli ultimi tre personaggi in cerca d’autore - Dini, Marini e Amato - sono i naturali candidati a un governo di larghe intese.
Lamberto Dini ha il marchio doc di Bankitalia, è stato il direttore generale di Via Nazionale, è il tecnico trasformato in politico, oggi staziona nella casella della Margherita ma nel monopoli della politica fece tappa nella casa del centrodestra. Franco Marini è la seconda carica dello Stato, figura che nella storia del nostro Paese è naturalmente chiamata a far da supplente nei momenti difficili. Marini è uomo di centro, ha la tempra di un ex segretario della Cisl che fa l’alba sul codicillo di un contratto e siccome si definisce un lupo marsicano al momento giusto sa pure mordere. Giuliano Amato è il miglior partito senza partito: cultura sterminata, esprit de finesse, rispettato dal centrodestra e stimato da Silvio Berlusconi.
È stato proprio il Cavaliere ieri a muovere il pezzo sulla scacchiera verso la «direzione dove porta il buonsenso». Riaprendo la disponibilità di Forza Italia a un governo di larghe intese e dichiarando la sua indisponibilità a ricoprire un ruolo in un nuovo esecutivo, Berlusconi ha ridato al centrodestra un obiettivo, non ha lasciato spazio ai cultori del retro-pensiero e ha piazzato una gigantesca boa davanti al centrosinistra: continuare la navigazione senza bussola con Prodi e finire sugli scogli, oppure cercare un’altra rotta, lontana dai gorghi dell’ala sinistra ispirata dal nostromo Bertinotti.
L’Ulivo così si pone per la prima volta dall’inizio della legislatura la vera domanda chiave: si può morire per Prodi o si può vivere senza Prodi?
Il Professore naturalmente tiene la barra a dritta e cerca di arrivare al porto sicuro: il Partito Democratico. Ma proprio quello che lui ha definito «la mia assicurazione sulla vita» potrebbe diventare la causa della sua morte politica e spingere verso la soluzione del governo di larghe intese.
Basta osservare il caos pre-congressuale nella Margherita e le minacce di scissione nella Quercia, per comprendere che nell’orto botanico del centrosinistra il Partito Democratico è visto come una pianta cattiva. Se cade Prodi quella pianta avvizzisce e può nascerne un’altra, forse non bellissima, ma certamente più utile ai partiti e soprattutto al Paese.