Boato fuori lista: "Al mio posto c'è una 85enne"

Il deputato verde: "La Sinistra arcobaleno mi ha lasciato a casa in nome del rinnovamento ma manda in campo l'ex dc Menapace"

Esco dall'ascensore al piano dei segretari della Camera - parlamentari un gradino più su degli altri - e non so dove andare.
«Eccomi», dice Marco Boato che, contraddicendo il nome, si è materializzato in silenzio. «Venga», e mi guida tra i meandri di Vicolo Valdina, ex monastero, oggi dépendance di Montecitorio. A ogni strettoia, il sessantatreenne deputato verde di Trento si inchioda e mi cede il passo. Con un balletto d'altri tempi, arriviamo in una prima stanza.
«I collaboratori che sto per lasciare», dice, presentandomi una giovane signora e Luca Paci, ex direttore della Voce repubblicana che lavora con lui da un decennio. Luca mi consegna un malloppo di due kg.
«Cos'è?», mi allarmo.
«Il rapporto agli elettori di quello che ho fatto in questa legislatura», dice Boato e mi porta nel suo studio.
«Fa ancora queste cose?», mi stupisco, sapendo che in genere i deputati, paracadutati a casaccio dai partiti, conoscono i loro collegi come io il Togo.
«Sono di vecchia scuola: un deputato deve dare conto dei voti ricevuti», dice Boato e annuisce a se stesso. Ha una squadrata testa prussiana e radi capelli imbiancati.
«È un Don Chisciotte», osservo.
«Ipervitaminico» e indica la pancetta sotto giacca e cravatta.
«La sua giornata tipo?».
«Lavoro dalle 8 alle 24. Pranzo alla Camera. Ristorante una volta l'anno quando mia moglie viene da Trento».
«Tedesca, da quel che ne so».
«È luterana, ma è una santa (religione senza santi, ndr)», ride.
«Con questa vita demenziale, ha la palma di secondo deputato più alacre», dico. Boato tace modesto. Aggiungo: «Perché un gioiello come lei non è stato ricandidato?».
«La Sinistra arcobaleno si è posta la regola di non ricandidare chi, come me, ha più mandati. Naturalmente ha fatto molte deroghe, dal verde Pecoraro Scanio, ai rifondazionisti, Bertinotti e Folena», dice con tono neutro.
«Per lei, invece, niente».
«Prc mi ha messo il veto e, in nome del rinnovamento, ha proposto Lidia Menapace, 85 anni. Era già un maturo consigliere della Dc negli anni ’60, quando io ero ragazzo», dice, stavolta con malizia.
«Con l'esclusione, le è caduto il mondo addosso?».
«Ho elaborato il lutto in tre minuti e in mezz'ora, d'accordo col mio partito, ho indicato la verde Klaudia Resche, 38 anni di Merano, come mia sostituta».
«Ha fatto sei legislature. In effetti, possono bastare».
«Difatti, quando l'ho saputo ho detto ironicamente: “Obbedisco”, come fece Garibaldi a Bezzecca, località trentina. Ma sono sei legislature per modo di dire. Sono entrato e uscito. In tutto, ho 23 anni di Parlamento», e beve un caffè.
«Debuttò nel '79 tra i radicali. Ammira ancora Marco Pannella?».
«Figura straordinaria. Ma per continuare ad amare Pannella bisogna stargli a distanza di sicurezza. Quando dopo tre anni lasciai il Pr per fondare con Alex Langer i Verdi, scrissi a Marco e alla Bonino: “Non sono uscito per le vostre idee, ma per la vostra prassi. Nelle une siete liberali, nell'altra intolleranti”...»
«Da radicale, partecipò al famoso ostruzionismo contro il fermo di polizia e detiene il record del più lungo discorso della storia parlamentare italiana».
«Mondiale. Un giorno parlai 16 ore, il giorno dopo 18,5. Lo feci, come imponeva il regolamento, stando in piedi, senza potermi appoggiare, senza leggere e senza interruzioni per bisogni fisiologici».
«Poi passò ai Verdi, che oggi significano Pecoraro. La imbarazza?».
«Se significa solo Pecoraro, sì. Più volte gli ho detto che era interesse suo e dei Verdi fare emergere più facce. In qualsiasi partito, una faccia sola non funziona. Non sono stato ascoltato. E Pecoraro ha danneggiato se stesso e il partito».
«Qual è la differenza tra il Parlamento che trovò e quello che lascia?».
«Quando sono entrato, c'erano Francesco De Martino, Amendola, Andreotti, ecc. Figure che oggi sarebbero considerate il vecchio da cancellare».
«Laudator temporis actis?».
«Bella espressione di Papa Roncalli. Ma non è questo. Oggi più che il nuovo vedo il nuovismo; più della competenza, l'apparenza; più che la professionalità, l'improvvisazione».
«Quali politici l'hanno colpita in questi trent'anni?».
«Aldo Moro, anche se non l'ho conosciuto di persona, resta un gigante. Ma pure il liberale Aldo Bozzi, Almirante, Berlinguer e Craxi».
«Degli attuali?».
«Non vedo che leader di medio calibro. Fini, Casini, Tremonti, Bertinotti, Veltroni. Una marcia in più aveva D'Alema. Ma, da tempo, mi pare in difficoltà». Esausto per tanti riferimenti personali, contrari alla sua natura badiale, Boato si ri-idrata con mezza bottiglia di minerale ed è pronto per la seconda tornata.

Lei ha fatto il '68 e ha scritto un libro, «Il '68 è morto? Viva il '68». Adesso pure Fini esalta il '68. Se anche gli avversari ne parlano bene, è davvero morto.
«Ma il suo luogotenente, Gasparri, ha fatto una serie di convegni, invitando anche me, per distruggere il '68. Fini è una persona intellettualmente onesta che, a differenza dei suoi colonnelli, ha fatto un percorso di riflessione critica».

È ancora nostalgico del '68?
«Non ha senso esaltarlo in modo mitologico, ma nemmeno stroncarlo acriticamente».

Lei ha fondato Lotta continua con Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Mauro Rostagno. Due assassini e un assassinato. Le dice qualcosa?
«Si dice sempre che Lc è una lobby. Sofri è tuttora agli arresti. Langer si è suicidato. Rostagno è stato assassinato dalla mafia. Per essere una lobby potente, non c'è male».

Qualcuno avrà pure ammazzato Calabresi.
«Sofri l'ho sempre considerato innocente e ho ammirato il modo socratico con cui ha sopportato una sentenza ingiusta».

Un altro di Lc, Erri De Luca, ha detto che, libero Sofri, rivelerà il vero assassino. Sofri è, di fatto, libero. Ma De Luca tace.
«Mentre ho grande stima di Adriano che ha fatto spietata autocritica dell'estremismo politico, Erri mi sembra un millantatore, intriso della peggiore cultura degli anni '70. Ha il culto della violenza e pensa che tutti siano come lui».

Lei è credente?
«Ho il dono della fede fin da piccolo».

Però, si batté per l'eutanasia di Welby che la Chiesa condanna.
«Sono contrario all'eutanasia, ma anche all'accanimento terapeutico. Nei giorni scorsi ho lasciato il mio testamento biologico a mia moglie. Ho scritto: “Sono credente e amo la vita. Se cadrò in coma irreversibile decidi tu”. Sperando che non mi tenga vivo artificialmente».

Lei è pro aborto.
«Considero l'aborto un disvalore. Più volte, anche perché purtroppo non abbiamo figli, mi sono dichiarato pronto ad aiutare chi avesse voluto evitare questa scelta. Per me, però, è un valore l'autodeterminazione della donna e la fine delle mammane».

Al dunque, è un «cattolico adulto» che s'impipa della Chiesa.
«Rispetto la Chiesa. Ma rivendico la mia autonomia laica di cattolico credente. Non tollero invece le varie Binetti che pretendono di parlare a nome di tutti i cattolici. Ma chi l'autorizza? Io no».

Lei, garantista...
«Ce l'ho nel sangue».

Votò contro l'arresto preventivo di Previti. Con quali conseguenze tra i suoi?
«Ma votai a favore delle sue dimissioni da deputato dopo la condanna. Garantista non significa innocentista. Quel voto contrario mi ha scatenato contro la canea dei giustizialisti professionali, i Travaglio, Flores d'Arcais, Beppe Grillo. Sono giornalmente tormentato da persone ispirate dai loro blog. Ma vado per la mia strada».

Veltroni si è alleato con Di Pietro.
«Trovo incoerente l'alleanza di Walter, che ostenta ogni giorno il suo riformismo, con un giustizialista di quel calibro».

Che pensa di Veltroni?
«Lo stimo. Ma non l'ho apprezzato quando, con le sue scelte, ha messo in crisi Prodi».

Ohibò, difende Prodi?
«Rimarrà come l'unico che sia riuscito due volte, nel 1996 e 2006, a battere Berlusconi. Mentre non ci è riuscito Rutelli e, temo, non riuscirà Veltroni».

Il Cav?
«Una grande anomalia italiana».

Dopo anni non lo ha ancora metabolizzato?
«Non accetto la sua demonizzazione, ma il discorso sul predellino è più da Stato sudamericano che da democrazia matura».

Un plutarchesco parallelo tra il Cav e Veltroni?
«In parte, sono l'uno lo specchio dell'altro. Si rincorrono sugli stessi temi e negli stessi deprecabili modi di fare le liste elettorali. Mi stupisce profondamente l'esclusione di Allam Fouad nel Pd e di Patrizia Tangheroni nel Pdl».

Chi dei radicali le è rimasto nel cuore, Cicciobello Rutelli?
«Rutelli ha completamente rimosso la sua esperienza radicale. Nel cuore ho Adelaide Aglietta. Ma è morta».

Tornerà ogni tanto alla Camera per respirare il tempo che fu?
«A Roma, verrò pochissimo. Ma ho la politica nelle ossa e continuerò a farla».

Il suo primo atto da sfaccendato?
«Un lavoro durissimo: liberare la casa di Trento dalle scartoffie che invadono anche la cucina. Lo devo fare. L'ho promesso a mia moglie».

Soprassieda, tanto è una santa.
«Anche la santità ha dei limiti».