Bob Geldof, il rocker riciclato un po’ santo e un po’ furbacchione

Due anni fa disse: «Non rifarei Live Aid. Non serve ad aiutare l’Africa»

Antonio Lodetti

Nell’estate di due anni fa ha dichiarato: «Non rifarei Live Aid; servirebbe piuttosto un nuovo Piano Marshall per salvare 14 milioni di etiopi colpiti dalla mancanza di cibo e dall’Aids». E pochi mesi fa, parlando con Blair alla Commissione per l’Africa, ha ribadito: «L’Africa mi annoia. Non cambia mai nulla e la colpa è anche degli africani, dei criminali che operano impunemente nei loro governi». Sarà San Francesco, Don Chisciotte o un abile manipolatore mediatico questo Bob Geldof che ha riunito di nuovo sotto la bandiera della solidarietà il gotha del rock universale? Di certo è uno che cambia idea spesso, e altrettanto sicuramente sulla sua lapide non ci sarà scritto rockstar ma «il più grande organizzatore di eventi mai apparso sulla Terra».
Del resto come rocker non è mai stato granché. Lo ammette lui stesso prima dello show: «Le mie canzoni non giustificano la mia presenza sul palco». Eppure, alla fine, ci è salito lo stesso per rinverdire il suo glorioso (e unico) successo punk alla guida dei Boomtown Rats. Ovvero I Don’t Like Mondays, canzone sulla ragazzina californiana che negli anni ’70 ha massacrato i compagni di scuola a fucilate. Risultato? Primo posto nelle classifiche inglesi e censura alle radio americane. Nessuno lo ricorda ma all’epoca grida dal palco: «Voglio diventare famoso, così sarò ricco e avrò molte donne». Ma dal successo alla polvere il passo è breve. Poi, per sua fortuna, la folgorazione, nell’84, guardando un documentario tv sulla carestia in Etiopia. Ecco il re dei maestri di cerimonia. Il 13 luglio 1985 - dallo stadio di Wembley a Londra e dal Jfk di Philadelphia - va in scena, sotto la direzione di mr. Geldof, il Live Aid, 16 ore di musica in diretta tv per oltre un miliardo di persone. La sua vita privata, segnata da anni di sofferenza (la morte della ex moglie Paula Yates e lo strano suicidio del suo nuovo compagno, Michael Hutchence degli Inxs) oggi funziona su binari tranquilli, in compagnia delle tre figlie e della bimba che Paula ha avuto da Hutchence. Da vent’anni tutti lo tirano per la giacchetta, cercando di etichettarlo dietro una bandiera politica. Più ci provano, più lui si svincola, in un groviglio di atteggiamenti che farebbero impazzire qualunque analista. La prima volta che visita l’Etiopia, entrando a Lalibelà, sulla piazza della Rivoluzione dominata dai ritratti di Marx, Engels e Lenin, dice ad un allibito rappresentante del Governo: «Non c’è da meravigliarsi che ci sia la carestia se continuate a costruire queste stronzate. Cosa può farsene un contadino etiope di tre europei dell’800 con colletti alti e chiome fluenti?». Oggi è un fan di Bush, che definisce «il miglior amico dell’Africa». Con i paesi africani il suo non sempre è un idillio. Nel marzo scorso si è schierato contro il presidente dell’Uganda Museveni, provocando la reazione della gente che è scesa in piazza urlando: «Geldof, l’Africa non è il tuo teatrino» e «taci e smetti di bere». Bob oggi suona e canta poco; l’album Sex Age & Death non ha avuto gran seguito, ma lui s’è rifugiato nel passato, pubblicando la nuova versione di Do They Know It’s Christmas (con Dido e Robbie Williams al posto dei Duran Duran) e il dvd di Live Aid. Col trionfo di sabato il suo nome rimarrà scritto a lettere d’oro nel grande libro del rock. È o non è stato lui a far rinascere i Pink Floyd e a chiudere la porta in faccia a Michael Jackson? («Ha bisogno di tranquillità, non dei riflettori»). Cavalcando la tigre dell’impegno sociale ha messo in scena una Woodstock galattica cercando di non cadere nella palude dell’utopia. Servirà Live 8 ai poveri? Geldof ce l’ha messa tutta (dopo tre candidature al Nobel per la pace stavolta potrebbe scapparci qualcosa di concreto) e poco importa se i maligni sussurrano che il megaconcerto sia stata l’anticamera di un favoloso contratto per un libro sulla fame nel mondo.