Un «Bobby» corale con supercast

Maurizio Cabona

da Venezia

Bobby di Emilio Estevez - ieri in concorso alla Mostra - ha lo stesso difetto del fuori concorso World Trade Center di Oliver Stone: il titolo forza il contenuto, lo fa sembrare una - almeno parziale - biografia di Robert Kennedy, mentre lui appare solo in filmati tv d'epoca. Quanto al suo assassinio, prende gli ultimi cinque minuti su centoventi. Presidiano il resto ventidue vicende, frutto - salvo una - di fantasia, accomunate dallo svolgersi nell'albergo del delitto, il giorno del delitto: 5 giugno 1968. Nessuno volle farvi caso, ma anche l'anno scorso un film della Mostra, Good Night, and Good Luck di George Clooney, presentava filmati tv autentici di Bob Kennedy, solo che essi lo mostravano, nemmeno trentenne, inquisire comunisti per la commissione per le attività antiamericane di Joseph McCarthy. Qui invece lo vediamo, quarantaduenne e progressista, rivaleggiare con Eugene McCarthy per la candidatura presidenziale nel Partito democratico. Ma fu il conservatore Nixon a vincere le elezioni del 1968, a rivincerle nel 1972 e a ritirare dal Vietnam truppe che ci aveva mandato per primo il presidente John Kennedy, sebbene suo fratello Bob lo dimenticasse volentieri. Sottile film politico, densa commedia amara, Bobby coagula alte professionalità, con divi di ieri che celebrano il loro declino impersonando cantanti alcolizzate (Demi Moore), estetiste tradite (Sharon Stone) da mariti senza fascino (William H. Macy) con piccole arriviste ma giovani (Heather Graham), mariti vampirizzati (Martin Sheen) da mogli fatue (Helen Hunt), pensionati senza meta (Harry Belafonte e Anthony Hopkins); il lato giovane della compagine è affidato a Elijah Wood, che qui non è il solito intraprendente hobbit, ma un giovanotto pronto a sposarsi solo per evitare il Vietnam (ai coniugati di leva toccava la Germania).