Bobby Solo: «Canto il blues e Elvis mi protegge dall’alto»

Il cantante simbolo di una generazione torna con un concerto dedicato a Presley e ai grandi del genere. Una miscellanea acustica

Antonio Lodetti

Tra i ragazzi del r’n’r made in Italy era il più elvisiano; la sua voce calda gli permetteva di affrontare i brani scatenati ma anche le ballate d’atmosfera. Bobby Solo, entrato nella storia grazie a classici melodici come Una lacrima sul viso guarda alle radici, oltrepassa il rock e torna al blues e al country. Ha pubblicato un disco-tributo a John Lee Hooker, tra poco ne uscirà uno dedicato a Bob Dylan e nel frattempo va in giro per l’Italia - con la band - nell’inedita veste di bluesman. Stasera si presenta al Blue Note (due show, alle 21 e alle 23.30) con lo spettacolo Lacrime Elvis and the Blues.
Allora com’è questo nuovo Bobby Solo?
«Uno che rende omaggio alla musica con cui tutti siamo cresciuti, la musica che Elvis ha cucito per creare il rock’n’roll. Da dieci anni studio chitarristi blues come T. Bone Walker, Albert Collins, Buddy Guy, Hubert Sumlin, cercando di tirar fuori le stesse emozioni che provo ascoltandoli. Mi piacciono anche chitarristi bianchi come Jimmy Vaughan, lo preferisco al fratello Stevie Ray, perché nel suo stile c’è meno tensione. Ci saranno anche brani country naturalmente, l’altra faccia della tradizione americana, come My Cheatin’ Heart di Hank Williams».
Emozionato?
«Sì, non sono mai stato nel tempio del jazz, ma credo in quello che faccio, e poi so che dall’alto Elvis mi protegge e mi dice "vai avanti così"».
Abbandonato il suo repertorio classico?
«Farò una breve miscellanea acustica dei miei brani più famosi completamente riarrangiati».
Coraggioso il tributo a John Lee Hooker.
«Ho cercato di ricostruire l’atmosfera che creava lui suonando la chitarra, il tamburello al piede e usando le chiavi della macchina per tenere il tempo».
Uno con il suo pedigree non punta a una grande casa discografica?
«Ora preferisco le etichette indipendenti come la Azzurra Records. C’è assoluta libertà di espressione. Alle grandi case non importa nulla rischiare, cadono sempre in piedi quando hanno un paio di artisti nuovi che vanno forte e un catalogo con nomi come Beatles e Rolling Stones».
Quindi sta per arrivare anche un lavoro su Dylan?
«È un altro dei miei preferiti di sempre. Ho preso le sue ballate più coinvolgenti e le ho reinterpretate per voce e chitarra. Tra i miei amori mai dimenticati ci sono country singer come Johnny Cash, Willie Nelson, Waylon Jennings».
Sta arrivando il Festival di Sanremo; lei recentemente c’è stato con Little Tony, cosa ne pensa?
«Io ogni anno mando una canzone, ma farla accettare è come vincere al Superenalotto. io sostengo che il Festivalbar è per i ragazzi mentre Sanremo dovrebbe essere per gli adulti. Cercare di costruire un festival per giovani è come vendere preservativi in una casa di riposo. I giovani la sera escono, vanno a divertirsi; il Festival dovrebbe essere una vetrina canora, non un’inutile gara».
È una visione nostalgica.
«Naturalmente io vengo da un’altra cultura, ma mi piace lavorare con i giovani. Ho inciso con i Marta sui tubi e adesso farò un disco con un giovane gruppo (amici di Lucio Dalla) di ispirazione punk».
Cosa vede nel suo futuro artistico?
«Mi dedicherò alla musica di qualità. Le manifestazioni con i grandi numeri fanno guadagnare ma sanno di supermercato, io vorrei essere una piccola boutique dove si trovano cose sfiziose».