Bobo Craxi ci riprova: "Io, pugile suonato pronto all’ultimo ko"

Il secondogenito di Bettino, ex sottosegretario agli Esteri: "Mi hanno trombato tre volte, ma corro alle Europee". E sull'Expo di Milano: "In gran parte è merito mio: invece di premiarmi, mi hanno licenziato"

Quando lo raggiungo al Caffè con terrazza su Villa Borghese, Bobo Craxi ha già consumato una bibita, sgranocchia pistacchi e fuma Marlboro. L’ex sottosegretario agli Esteri è blandamente ciclotimico e la mattina non carbura se non pasteggia con larghezza. La prima reazione appena mi scorge, è ordinarsi un caffè. Poi dice: «Ciao».

«Sembri un plenipotenziario, Bobo. Ti è rimasta l’impronta della Farnesina», dico. È abbagliante nell’abito blu e cravatta in tinta.

«Ho riflettuto tanto se mettere o no la cravatta», dice e si assesta gli occhialoni scuri da agente segreto.

«E...?».

«Mi sono vestito così per educazione verso di te», dice e mi instilla un senso di colpa per avere il colletto aperto.

«Nella serie di interviste ai trombati, ci stai a pennello: sei un trombato doppio. Nel 2006 e nel 2008».

«Le trombature sono più di due. Ho anche quelle alle Europee. Ma con l’attuale sistema, non si è trombati. O si è nominati o non si è».

«La politica fa per te?».

«Si fa politica anche fuori delle istituzioni», dice, ordina una minerale e si accende una sigaretta.

«Sei cambiato dopo l’esperienza nel governo Prodi?», chiedo. A me sembra più mansueto e sicuro del solito.

«Una tappa importante. La cosa che mi manca di più è l’intensità di un lavoro fatto con passione».

«Il bilancio?».

«Molto positivo. Ho fatto percorso netto...».

«Chi si loda si imbroda», lo avverto, sapendolo incline a considerarsi l’ombelico del mondo.

«Giudica tu. Italia riammessa nel Consiglio di sicurezza dell’Onu; entrata nella Commissione dei Diritti umani; ottenuta la moratoria sulla pena di morte; Milano si è aggiudicata l'Expo».

«Tutto grazie a te?».

«Per la maggior parte». Ingurgita una manciata di pistacchi e aggiunge: «In un’azienda avrei avuto un aumento, invece mi hanno licenziato».

«Lo Sdi, tuo e di Boselli, ha preso lo 0,9 per cento dei voti. I socialisti sono spariti», osservo, riportandolo a terra.

«Un buco nell’acqua, ma non mi rassegno all’idea dei vincitori sconfitti. Solo in Italia, chi ha vinto per la Storia, noi e la Dc, è senza avvenire. Un’eccezione in Europa dove, ovunque, la sinistra coincide coi socialisti, i conservatori coi popolari».

«Ti resta la scappatoia del Pd di Veltroni».

«Non devo scappare da nessuna parte. Il Pd non corrisponde alle mie idee. La sua decisione di scaricarci è stato un errore madornale anche sul piano elettorale. Ha spinto tanti socialisti a punire Veltroni, votando la destra».

«Tu e tua sorella, Stefania, siete su fronti opposti. Come va tra voi?», chiedo. Mentre riflette, giungono dal vicino zoo barriti, ruggiti e altri colloqui tra fiere.

«Non bene. Aggiungo che mi dispiace», dice Bobo dopo un po’.

«Stefania è sottosegretario agli Esteri come lo eri tu. Emulazione fratricida?».

«Emulazione, con un’oncia di puerile rivalità. Trovo sbagliato il suo incarico. Se c’è una vistosa diversità tra nostro padre e Berlusconi, è la politica estera. L’allergia al multilateralismo del Cav, la subalternità a Bush... Mi auguro che Stefania si batta per le cause giuste... Penso che lo farà».

«Tuo papà ti stimava?».

«Che domande!», esclama. «Mi voleva bene. Parlava con me», dice poi imbarazzato.

«Filippo Facci, che a Bettino era vicino, dice che eri fonte di preoccupazioni».

«Ah, sì?!, Ah, sì?!. Be’, tutti i figli lo sono per i padri. Ognuno si guardi nelle proprie famiglie. Sul legame con mio padre ho scritto un libro. Non penso che Facci l’abbia letto».

«Che opinione hai di te?».

«Sono mediamente intelligente e di carattere aperto».

«Nobile o meschino?».

«Né l’uno, né l’altro. Ho 44 anni e non mi sento più un ragazzo. Ho preso ogni decisione con la mia testa. L’ho fatto rimanendo legato alla comunità socialista. Se fossi stato opportunista, avrei fatto altre scelte».

«Perché critichi Stefania che sta col Cav? Era amico di tuo padre e ti ha fatto deputato la sola volta che lo sei stato».

«Non critico. Considero una sconfitta che una parte dei socialisti rinunci a ricostruire la propria casa, preferendo quella di altri. Un socialista non milita nell’emisfero conservatore che è alternativo al proprio. Per un dirigente di partito è un errore di grammatica politica. Lo sbagliato non sono io che voglio mantenere, sia pure sconfitto, la mia identità».

«Ti sei intruppato con gli ex comunisti e con Di Pietro che, come disse Bettino di sé, «mi hanno ucciso».

«Compito dei socialisti è cambiare la sinistra in meglio, attraverso il riformismo moderno. Rinunciare a svolgerlo, è accettare la propria sconfitta. Lo sbagliato nella sinistra è Di Pietro».

«E dalli con “lo sbagliato”, è un solecismo, lo rimprovero.

«Parlando di Di Pietro lo strafalcione ci sta bene», assicura, mentre un colpo di vento fa volare i miei appunti. «Il Cielo ti punisce», dice Bobo e se la gode vedendomi raccattare i foglietti carponi.

Detesti il Cav?
«Continua a starmi simpatico».

Di lui hai detto: «Ha dato al mondo una pessima immagine dell’Italia. Ha fatto solo disastri».
«Esagerazioni propagandistiche. Ma Berlusconi fa cose che, agli occhi del mondo, appaiono incomprensibili. Ora, mi auguro faccia bene. Però, se il buongiorno si vede dal mattino, non ci siamo».

Hai anche detto: «Ha fatto una politica estera di lazzi e pacche sulle spalle». Ma piace a Bush, Putin, Sarkozy.
«Bush è uscente. Io critico il suo atteggiamento verso gli arabi che ci ha alienato simpatie fondamentali per l’Italia. Non ho digerito il voltafaccia suo e di Frattini verso Arafat. Portò Arafat all’isolamento e alla morte. Pagina sgradevole».

La tua politica estera è invece quella della telefonata adulatoria a un tizio di Hamas, terroristi che vogliono la distruzione di Israele.
«Il tizio è il primo ministro palestinese il quale, cinque giorni fa, ha concluso una tregua con Israele. Come vedi, promuovevo auspici che si sono realizzati».

Israele ha regalato Gaza ai palestinesi. Loro la usano per il tiro al piccione su Israele.
«Che ci sia un’arretratezza di fondo delle classi dirigenti palestinesi, è scontato. La morte di Arafat è tra le cause di questa eterna guerra».

Sei filoarabo spinto. Gratitudine per l’accoglienza tunisina a tuo papà?
«La riconoscenza per il presidente Ben Alì resterà per sempre».

Quella di tuo padre fu latitanza o esilio?
«Latitante è uno che scappa. Mio padre è stato fermo in un posto, difeso in armi da un esercito. Difficile chiamarlo latitante».

Hammamet ha dedicato una strada a Bettino. Di Pietro ha detto che in Italia non lo permetterebbe.
«Di Pietro non è la legge. Nel decennale della morte fioriranno diverse strade. Penso anche a Milano. Di solito sono vie periferiche e assolate, vorrei invece un luogo simbolico. Come vorrei delle targhe, qui visse, qui lavorò, ecc».

A Roma, Alemanno ha proposto di intestare a tuo padre il Largo dell’Hotel Raphael, dove visse.
«Alemanno ha mescolato un po’ tutto, da Almirante a Berlinguer. Il Largo del Raphael a me va bene. Purché non dedichi poi ad Almirante Valle Giulia dove il capo del Msi si presentò coi mazzieri. Né via Caetani, dove fu ritrovato Moro, a Berlinguer che contribuì alla sua morte capeggiando il partito della fermezza».

Di Pietro ha già detto che sulla targa a Craxi vorrà la scritta: «Morto latitante».
«Di Pietro non sarà ricordato come grande ministro, ma come un pm ossessionato che non ha saputo reinventarsi una vita. Giustizialista anche in politica».

Le prime mosse del governo?
«Buone sull’equità fiscale e sul lavoro. Non convincente, a volte dannose, sul resto».

Il freno alle intercettazioni?
«Giusto. Il mercimonio telefonico c’è solo in Italia».

L’uso dei militari per l’ordine pubblico?
«Un’idiozia. Meglio aumentare polizia e Cc. Pensi che mi avrebbero dato l’Expo per Milano se fossi stato il rappresentante di un Paese che pullula di militari come Beirut?».

La sospensione dei processi alle alte cariche?
«Berlusconi doveva parlarne in campagna elettorale. Non è che prima vinci e poi fai quello che c..zo ti pare. Nella sostanza, è giusto che il primo ministro possa governare libero dai processi».

Col referendum antinucleare, Bettino ci ha lasciato una pesante eredità. Il Cav vuole cancellarlo.
«Non è l’eredità di mio padre, ma di milioni di italiani attraverso un voto democratico. Per tornare al nucleare ci vorranno tempi biblici. Sono più per il sole e il vento che per l’atomo».

La pace tra maggioranza e opposizione è finita.
«Meglio. L’opposizione deve incalzare. Certo, non nel modo sguaiato di Di Pietro. Ma se lo fa con intelligenza, può mettere in crisi il governo».

Che farai ora, Bobo?
«A settembre nasce una mia Fondazione in nome di Bettino. Poi mi guarderò attorno. Delle aziende vogliono utilizzare la mia esperienza per internazionalizzare le loro imprese. Intanto viaggio per tenere rapporti, in Mauritania, Algeria, Libano, Tunisia. Poi, voglio candidarmi alle Europee».

Non ti sono bastati i ko?
«Un vecchio pugile ha bisogno di risalire sul ring per farsi suonare un’ultima volta».