Bobo e Gianni, divisi in nome dell’unità

Il deputato: «Adesso incontrerò Sdi e Radicali per la riunificazione»

Adalberto Signore

da Roma

Tre giorni di assise - perché se sia stato un congresso o solo un'assemblea ancora non è chiaro - per l'ennesimo confronto fratricida. In nome dell'unità socialista ma, forza del paradosso, con l'unica conseguenza di scomporre nell'ennesimo atomo politico una diaspora senza pace. Perché come già accaduto in passato, prima e anche dopo la morte di Bettino Craxi, il ricordo del vecchio leader - che resta il vero e forse unico punto di contatto tra le diverse anime della galassia nata dal Psi - non riesce a sedare una litigiosità che più di una volta sfoga nella rissa. Spintoni e parapiglia venerdì, insulti sabato, di nuovo mani alzate oltre i limiti della decenza e del legittimo accalorarsi della politica ieri.
È in questo clima da stadio che Bobo Craxi e Gianni De Michelis mettono in scena l'ennesimo atto della diaspora, con il primo deciso a traghettare il Nuovo Psi nell'Unione e il secondo pronto sì a «esplorare» questa ipotesi ma senza prendere «decisioni affrettate». Craxi e De Michelis si appartano a più riprese fuori dalla sala congressi della Fiera di Roma. Parlottano e gesticolano, mentre i delegati alle prese con l'ennesima sigaretta si tengono a debita distanza. A tarda mattina, al termine di uno dei tanti conciliaboli, l'atmosfera è già tesa. Craxi non risponde a chi gli chiede se ci sia spazio per una mediazione, De Michelis si limita a un «vediamo». «Io ho indicato la dead line ma - aggiunge risistemandosi sul palco - se non mi danno la platea congressuale come si fa? Ci ho pensato tutta la notte».
Già nel primo pomeriggio, però, la strada sembra ormai segnata. De Michelis è eloquente: «Il problema è che non abbiamo un vero gruppo dirigente. Piccole nomenclature locali ci stanno condizionando». E quando la Commissione di garanzia del partito non riesce a uscire dall'impasse sui delegati l'inevitabile accade. De Michelis sale sul palco: «Ho fatto di tutto perché non si arrivasse a questo passaggio. Potete sputarmi addosso, ma è mio dovere cercare di tenere insieme questa famiglia, questo popolo, questo partito. Voglio verificare e esplorare le condizioni per una lista comune con Sdi e Radicali tenendo conto di quanto detto negli interventi. Ma noi non abbiamo mai aperto il congresso perché non è possibile prendere decisioni senza una platea di delegati». Insomma, per De Michelis - che lascia immediatamente la sala insieme a Stefano Caldoro e Chiara Moroni - «l'assemblea è chiusa».
Il palco è tutto per Bobo Craxi che annuncia che «il congresso continua» e incassa la nomina a segretario da chi è rimasto in sala. «La proposta che aveva dato il titolo al nostro congresso - dice - era chiara: identità e unità socialista, e non come diceva De Michelis una “esplorazione”. La maggioranza vuole l'unità con Sdi e Radicali, ora il mio primo passo è cercare di ricompattare il partito e fissare con Boselli e Pannella una data per un incontro». Bobo Craxi annuncia quindi «l'astensione parlamentare verso il governo» dei «tre parlamentari su quattro» che sono con lui e ripete più di una volta che il suo «non è stato un colpo di mano». «Si è espressa - spiega - una chiara maggioranza politica e numerica, una cellula vitale del socialismo italiano». Poi l'attacco a De Michelis che «chiedeva un mandato in bianco consegnando il simbolo socialista alla Cdl» e non ha «portato avanti una politica chiara». E che replica: «Non amo la parola scissione, Bobo l'ha usata. Resto alla guida del partito e andrò al tavolo con Sdi e Radicali». In attesa che si apra l'inevitabile e decisiva querelle sul simbolo, nella sala vuota troneggia sgualcito uno striscione un po' beffardo: «La diaspora è finita: grazie Bobo, grazie Gianni».