Bobo e i suoi scatenati contro Reguzzoni e la Mauro. Salta la mozione anti Passera

Nulla sarà più come prima nella Lega dopo il «Maroni day», o meglio la «Maroni night» di Varese. Vero che Umberto Bossi è stato acclamato con lo stesso calore riservato a Bobo. Vero che i due si sono abbracciati e, in vista della grande manifestazione di Milano, hanno dato un segnale di unità nel partito. Domenica il bersaglio sarà uno solo, il governo Monti. Ma la resa dei conti nella Lega è solo rinviata. Perché Maroni non mollerà su nulla. La serata del teatro Apollonio ha confermato che Bossi è leader indiscusso, ma dietro a lui si combatte alla morte. L’ex ministro dell’Interno ha portato alla luce quello che finora veniva nascosto dietro il paravento della fedeltà assoluta al capo.
Maroni ha detto che esiste un gruppo di cattivi consiglieri attorno al Senatùr. Che il divieto ai comizi c’è stato e gli ha fatto molto male. Che la Lega è paralizzata da un duplice problema: la scelta dei dirigenti, effettuata senza congressi, ma per cooptazione o parentela, e la linea politica, troppo attratta dalle sirene romane e sempre più lontana dalle origini padane. E che la base tollera sempre meno la progressiva trasformazione del Carroccio in un partito «come tutti gli altri» che accetta compromessi sulla giustizia e specula sui rimborsi elettorali investiti in Tanzania.
«Ieri Bossi ha dimostrato che il nostro legame è indissolubile - ha detto ieri mattina Maroni - e che queste brutte vicende che mi hanno interessato, fortunatamente risolte grazie alla mobilitazione straordinaria dei militanti, non erano nate da lui». Ma dal «cerchio magico». A Varese non c’è stato nemmeno bisogno di nominarli, ma i bersagli sono stati il capogruppo alla Camera, Marco Reguzzoni («uno di Busto Arsizio»), e Rosi Mauro («dovremmo dotarci di un vero sindacato»). Contro la leader del Sindacato padano si sono levati cori offensivi nella cena dopo la manifestazione, registrati e diffusi su internet coi fedelissimi di Bobo che scandiscono «Rosi p... l’hai fatto per la grana» e «Reguzzoni fuori dai maroni».
Verso il capogruppo il fuoco è continuato anche ieri. «La mozione di sfiducia a Passera è stata un errore che ha sortito l’effetto opposto - ha sibilato Maroni - di cui né io né Bossi eravamo stati informati. Se avesse chiesto la mia opinione, gli avrei detto che serviva solo a rafforzare il ministro e la maggioranza». E qui la vicenda si tinge di giallo: il leghista Gianluca Pini ha «disconosciuto» la sua firma, facendo saltare la mozione.
Reguzzoni ieri non è salito al Quirinale per il colloquio con Napolitano: ha preferito che fosse la sua vice, Carolina Lussana ad accompagnare il capo dei senatori Federico Bricolo, anch’egli fedelissimo «cerchiomagista». Non tacciono invece altri «reguzzoniani»: Paola Goisis è convinta che domenica a Milano qualcuno chiederà di nominare Maroni nuovo leader leghista. Schermaglie anche in aula. I deputati vicini all’ex ministro hanno sgambettato Reguzzoni: tre assenze strategiche hanno impedito di nominare un leghista fedele al capogruppo, Marco Maggioni, relatore della legge comunitaria.
Bossi per il ruolo di capogruppo punta sul bresciano Daniele Molgora, uomo del «cerchio magico», non solo deputato ma anche presidente della Provincia, due motivi per cui i maroniani sono ostili. Ma Molgora è anche uno dei deputati che hanno presentato la proposta contro il nuovo regime dei vitalizi per poter andare in pensione a 51 anni nel 2013 e non a 60, come da nuovo regolamento. Da notare che le nuove norme erano state «benedette» anche dalla vicepresidente del Senato Rosi Mauro e che alla Camera il suo collega Stucchi le aveva bocciate ritendendole troppo soft e chiedendo i 65 anni come requisito minimo.