Bobulova, MacLaine e il mito Coco Chanel

Da domenica su Raiuno la miniserie sulla stilista francese (costata 14 milioni di euro). Nel cast anche Malcolm McDowell

Roma - Autunno: tempo di foglie e feuilleton, con buona pace di chi critica la fiction all'italiana, finora giudicata scadente (a partire dal professor Galli Della Loggia). Magari adesso gli addetti al tubo catodico potrebbero ricredersi con Coco Chanel, smaltato film in due puntate di Christian Duguay, regista canadese veterano dei grandi personaggi, avendo al suo attivo teleritratti di Giovanna d’Arco e Adolf Hitler. In onda su Raiuno, in prima serata, domenica e lunedì, la miniserie prodotta dalla Lux Vide di Matilde e Luca Bernabei (budget di 14 milioni di euro e «tutti i soldi sono sullo schermo», specifica la Bernabei), insieme all’americana Alchemy Television, a Pampa Production e a France 2, fa premio su un cast internazionale, adatto a sfondare all’estero. Infatti, negli Usa la biografia televisiva della sarta francese Gabrielle (detta Coco) Chanel, (Arles 1883 - Parigi 1971), che rivoluzionò la moda femminile, lanciando il «tailleur» di foggia mascolina e contribuendo all’affermarsi della donna moderna dalle gonne al ginocchio e dai capelli corti, è andata molto bene. Risultando il secondo film più visto, quest’anno, su tutte le reti americane, Coco Chanel alterna, nel ruolo della protagonista, Barbora Bobulova (Coco da giovane) e Shirley MacLaine (la stilista da anziana), mentre Malcolm McDowell (chi non lo ricorda in Arancia meccanica di Kubrick?) impersona un amico storico della sarta. E poi: Valentina Lodovini, Mary Petruolo, Cecile Cassel, Anne Duperey e altri ancora riuniti ad animare la sceneggiatura di Enrico Medioli (già sceneggiatore di Luchino Visconti, per La caduta degli dei), che qui firma anche il soggetto insieme a Lea Tafuri, Carla Canalini e James Carrington. Va da sé che le signore sogneranno non poco, vedendo sfilare gli stupendi abiti, riprodotti ad hoc (in numero di duemila) da Stefano de Nardis: gli inimitabili tailleur di tessuto a maglia, esaltati da giri di collane di perle; i «tubini» snelli e chic, che scivolano sulla figura, con la stessa disinvoltura con cui scivola la vita; le tipiche calzature col tallone in vista, che Coco creò perché, avendo brutti piedi lunghi, desiderava renderli più graziosi. A tal proposito, da osservare con cura una sfilata di modelle, che scendono la scalinata a specchi, mentre Coco-MacLaine, piange di gioia, vedendo che il pubblico la ama ancora, ancora ne applaude le creazioni... Non a caso, Shirley, invaghitasi di alcuni «capi», se li è tenuti nell’armadio. «Se somiglio a Coco? Sono determinata come lei e vado per la mia strada. Anche nei rapporti con gli uomini, non sono facile: troppo orgogliosa, per sfortuna del mio compagno», spiega la Bobulova, lieta d'essere tornata al lavoro, dopo la gravidanza. «All'inizio, il personaggio m’intimoriva: non sapevo che, dietro alle borse e ai profumi Chanel, si nascondesse una vita così intensa. Per me, Coco non è nata dura: ci è diventata, scorbutica e spigolosa», prosegue l’attrice, che qui fuma nervosamente in quasi tutte le scene, rendendo così l’interna inquietudine d’una donna decisa. Naturalmente, per andare dagli anni Dieci-Venti, quando Coco, orfana di madre, viene abbandonata dal padre in un istituto religioso, fino a quando lei muore, di licenze se ne son prese molte, gli sceneggiatori. «Era un personaggio contraddittorio, ma la considero una rivoluzionaria alla pari di Robespierre: invece della ghigliottina lei, grande donna francese, ha usato ago e filo», commenta Medioli, rivelando come Coco fosse «una gran bugiarda, autoritaria e comandona». Per la cronaca: la maison Chanel, usualmente rigida nella tutela del marchio, ha dato il suo consenso alla fiction su Coco, ma non desidera se ne parli ufficialmente (così Matilde Bernabei).