Bocca di fuoco

La verità è che noi giornalisti, da grandi, vorremmo diventare come Giampaolo Pansa, non come Giorgio Bocca. La verità è che Giampaolo Pansa è un libero vero, spesso dalla parte giusta – a parte certo suo populismo manettaro a cavallo degli anni Novanta – e non un sanguigno che scrive da trent’anni «dopo di me il diluvio». La verità è che «Il sangue dei vinti» di Pansa ha venduto 400mila copie ed è stato apprezzato dagli intellettualmente onesti, la ristampa dei «Partigiani della montagna» di Bocca invece non ha venduto un tubo ed è piaciuto solo a no-global e ottusangoli. Sandro Curzi ha detto che si dovrebbe fare una fiction coi libri di Bocca e non di Pansa. Scrisse il primo nella sua autobiografia: «Hans Dieter, maresciallo delle SS, non riesco a capire se c’è da fidarsene... Vado dietro a Hans e alla prima curva del sentiero quando non copre i partigiani sparo. Si sente il clic del Thomson che fa cilecca. Lui si volta sbiancato. Ha sentito, ha capito. Fa ancora due passi e questa volta la mia raffica parte. Si arruota con il suo urlo... “Seppellitelo” dico con voce fredda». Cioè, dovremmo fare una fiction con questa roba?

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