Bocelli: "E ora Incanto sulle arie di Caruso"

Il tenore presenta stasera il nuovo cd in cui reinterpreta le canzoni
popolari italiane con un concerto in piazza del Plebiscito a Napoli.
Tra i brani "Funiculì funiculà", "O surdato ’nnamurato" e "Mamma"

Napoli - E così non ce l’ha fatta a resistere. Alla fine anche Andrea Bocelli ha inciso la sua versione delle grandi canzoni popolari italiane, quelle che tutti hanno ascoltato almeno una volta nella vita: Mamma, Era de maggio, O surdato ‘nnammurato, Funiculì funiculà e via dicendo. Il (bel) cd Incanto esce in questi giorni e lui lo presenterà stasera come gli viene meglio: cantando, anzi cantando (gratis) in piazza del Plebiscito a Napoli davanti a una platea entusiasta e perfetta per una manciata di brani che sono tra i simboli (sempre sinceri, spesso folcloristici, talvolta abusati) dell’Italia nel mondo.

Per di più sono quelli che hanno reso celebri i tenori del Novecento, da Enrico Caruso a Beniamino Gigli a Mario Del Monaco, traghettandoli fuori dal circuito dei melomani per consegnarli prima al grande pubblico e poi all’iconografia. Sarà per questo che Bocelli era quasi intimidito ieri, parlando nella sala di un hotel in riva al mare: sa anche lui, perbacco, che adesso entra di diritto tra le voci del nostro tempo (d’altronde queste canzoni sono un passepartout per la gloria, vedrete negli States che botto).

Caro Bocelli dica la verità: a chi si è ispirato cantando classici come Un amore così grande?
«La verità? A nessuno. Tutti i grandi tenori del passato si distinguevano per due ragioni: l’unicità e la riconoscibilità della loro voce. Del Monaco, Lanza, Gigli: per me sono modelli importanti. Ma io seguo la mia strada».

Il paragone però diventa inevitabile. Dici Mamma e pensi a Caruso.
«In effetti, questo è il repertorio che ascoltavo da bambino, quando c’erano ancora i 78 giri. Ma è la musica di cui non posso fare a meno anche oggi. Sono brani che tantissimi conoscono ma che forse nessuno ascolta più. Penso che i ragazzi di vent’anni non li abbiano mai sentiti».

Magari stasera li potranno ascoltare dal vivo in piazza Plebiscito qui a Napoli.
«Sarò emozionatissimo. L’unica possibilità che ho è di far finta di cantare solo davanti a quattro amici».

Perché ai tenori è sempre piaciuto così tanto questo repertorio?
«Perché con questi brani ci sentiamo liberi, molto più liberi di quando cantiamo le opere classiche che sono molto rigide e impostate. Nel Novecento, spesso i compositori di musica - chiamiamola musica leggera - scrivevano brani pensando o sperando che li interpretasse un tenore. E spesso accadeva. Secondo lei, chi ha composto Mamma non sperava che un giorno l’avrebbe cantata il grande Enrico Caruso?».

Poi però basta.
«Poi sono arrivati il rock e il soul. E oggi, per dire, sarebbe un po’ faticoso per un tenore cantare il rap. Certo, anche i teatri nel Dopoguerra hanno tenuto un atteggiamento protezionistico sul loro repertorio, allontanando il grande pubblico. E così la distanza tra i generi è aumentata».

È anche vero che, rispetto a un secolo fa, è aumentata anche la distanza tra la realtà e i testi di quelle canzoni. Oggi se un compositore scrivesse Voglio vivere così, con il sole in fronte, lo scambierebbero solo per uno spiritosone, visto come sta andando il mondo.
«Io invece, parlando di queste cose, mi sento una bestia nera. Sono un ottimista e credo che il mondo di oggi sia molto meglio di prima. Un secolo fa, le cose spesso erano decisamente più gravi e dolorose ma nessuno lo sapeva. L’informazione non era veloce come adesso, le disgrazie rimanevano spesso confinate nella loro piccola realtà».

Ora invece.
«Molto più di una volta, l’uomo ha nelle proprie mani le armi per stare meglio. Ma per migliorare il mondo, bisognerebbe cominciare a crederci davvero e non abbandonarsi al disfattismo come accade sempre più spesso».

In scaletta c’è anche Un amore così grande, cantato con la sua compagna Veronica Berti.
«Lei ha dato l’anima per questo disco. Io cercavo una voce delicata, angelica: e la sua è proprio così. L’ho obbligata quasi a forza. Ma di sicuro non salirà mai sul palco: si emoziona troppo».

Caro Bocelli, lei invece è inarrestabile, altro che emozione. La settimana prossima canterà a Tel Aviv addirittura un brano scritto dal premio Nobel Shimon Peres.
«Si intitola Ray of hope, raggio di speranza, e parla di pace. Quando c’è da parlare di questo argomento io sono sempre pronto. E sono felice che la mia voce possa servire a dare un po’ di speranza in più».