Bogdan, il re degli zingari «Quelli non sono dei nostri»

L’autista lo porta nella favela di via Triboniano dove la gente lo aspetta vestita a festa

Gianandrea Zagato

Sa che via Triboniano ha le ore contate. Che ancora un po’ di pazienza, da parte dei cittadini, e quest’angolo di Milano cambierà volto. Roulotte ridotte a latrine, motorini cannibalizzati e immondizia accatastata resteranno solo memoria storica. Fotografie che «riaprono ferite antiche» dice Bogdan Lucica. Che sceglie di non commentare quell’ambientino di troppo cresciuto alle spalle del cimitero Maggiore.
«No comment» che non ammette replica, anche perché Bogdan non è un signore qualsiasi ma il Re dei rom. Sì, il Re dei nomadi: «Ha saputo quello che accade a Milano ed eccolo qui, tra noi, per dividere il dolore e la rabbia» racconta Florian. Presenza che passerebbe inosservata se non fosse per quell’auto scura e lucida, con tanto di autista, in attesa a due passi dal campo. Lui, il Re, naturalmente, è tra la sua gente: viavai continuo di uomini, bambini e donne - questo il rigoroso ordine d’accesso - che lo omaggiano con piatti di carne di maiale alla brace, pane condito dal sale - «segno della dolcezza del mondo» - e birra a gogò. Tutti rivestiti come fosse un giorno di festa se ne stanno in fila per il bacio dell’anello e per rispondere alle domande regali. Domandine che riguardano soprattutto il tema all’ordine del giorno ovvero «che ne sai di questa storia finita sui giornali?». Versione edulcorata ad uso giornalisti che dura una buona oretta. Poi, re Bogdan fa sapere che «gli zingari sono persone perbene», che «il nazismo li gassava» e, dulcis in fundo, che «non ammettiamo l’omossessualità, la pedofilia e nemmeno l’adulterio».
Chiusa in stretto romeno che significa una cosa e solo quella: «Gli autori dello stupro non sono gente nostra. Qui c’è brava gente, che s’arrangia a vivere e che, di notte, se ne sta in roulotte con i familiari». Certezza scandita sia nella lingua originale che nella traduzione. «Nessun dubbio sulla mia gente, su questi uomini dalla vita sfortunata. Se ne andranno pacificamente? Perché no, ma vederli ridotti così....». Lacrimuccia nascosta insieme ai dubbi. Eppure, nella favelas della disperazione, c’è stato movimento e più d’uno se ne è andato in fretta e furia lasciando dietro di sé persino un cane, una pecora e una mucca a pascolare oltre, ovviamente, baracche abbandonate. Fuga precipitosa che, secondo il re, trova giustificazione nel prossimo sgombero, «via per paura... lontani dal pericolo... sa, tanti sono muratori in nero». Lamenti regali, «voi, italiani, non ci amate» seguiti da quelli popolari, «da febbraio a oggi, dieci e passa controlli di polizia». Ingiustificati? Domanda sbagliata nella favela alle porte di Milano, a venti minuti di tram da piazza Duomo.
I cattivi della favola rom sono gli italiani, «quelli che di sera circolano in zona e danno fastidio alle nostre donne e ai nostri bambini». Difesa d’ufficio, a modo loro, con re Bogdan che ascolta e non capisce: non c’è traduzione. Osserva perplesso il suo popolo che si sbraccia, «se qui c’è un ladro lo strozzo con le mie mani», e con gesto inequivocabile mima quello che accadrebbe. Ma per oggi è meglio finire qui, per non rovinare la festa in onore del re. L’ultima in via Triboniano. Anche per lui c’è lo sfratto firmato da Palazzo Marino.

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