Una «Bohème» leggermente sottotono dà spazio a sentimenti e commozione

(...) ceduto il passo alle voci, perché ci ha regalato momenti di alta commozione - primo fra tutti lo straziante quarto atto - perché ha concesso ad alcune frasi quell'ampio respiro che rispetta del tutto l'indole teatrale pucciniana. E questo nonostante rimanga l'impressione che sia stata una Bohème lievemente sottotono: un po' per le voci, che seppur belle non hanno fatto il salto di qualità, un po' forse per gli inceppi che hanno sporcato la fine del concitatissimo - questo sì - secondo atto e che hanno infranto per qualche secondo la perfetta sincronia musicale dello spartito, frammentata qui tra orchestra, cori (adulti e bambini), banda militare e protagonisti. Incidenti e piccole imprecisioni vocali che hanno dato vita ad uno spettacolo bello e godibile, ma che potenzialmente può migliorare.
Dicevamo delle voci. Massimiliano Pisapia (Rodolfo), bellissimo timbro, voce squillante ma poco omogenea, con ottimi acuti ma con qualche perplessità di intonazione nella fascia intermedia; qualche imprecisione anche per la bella voce di Elaine Alvarez (che ha sostituito la Mimì del primo cast, Cristina Gallardo Domâs, colpita da indisposizione). Molto bravo Luca Salsi (Marcello), decisamente il migliore sul palcoscenico e buona prova anche per il resto del cast: Victoria Yastrebova, che ha interpretato una Musetta sfrontata e senza inibizioni; Arutjun Kotchinian (Colline), molto intensa la sua "Vecchia Zimarra"; José Fardilha (Schaunard). Ottima presenza scenica infine per i minori, Mario Bertolino (Benoit), Angelo Nardinocchi (Alcindoro), Angelo Casertano (Parpignol).
L'allestimento dell'Opera Bastille di Parigi molto bene si è adattato al nostro grande palcoscenico: curiosa e piacevole la scelta di proiettare i protagonisti negli anni trenta del novecento (il libretto pucciniano ambienta la vicenda un secolo prima), che ha permesso di creare alcune scene «cinematografiche» molto originali, senza abbandonare tuttavia lo stampo tradizionale (che abbiamo goduto soprattutto con lo scatenato Quartiere Latino, fremente di vita notturna). Bella regia (Jonathan Miller), rispettosa dei dettami pucciniani (tranne il gesto dell'ombrello di Musetta, francamente gratuito) e molto suggestive le luci, con un' efficace penombra finale a fissare la morte di Mimì in un dagherrotipo annerito dal tempo.