Il boia di Al Qaida: «Così decapitavo gli ostaggi in Irak»

Mohamed Fazel ha ucciso tre donne curde e decine di soldati iracheni. E ha raccontato i dettagli in tv: «Mi pagavano 50 dollari ogni testa»

Massimo M. Veronese

Si sa come sono i clienti degli autoparcheggi. Infilano l’auto nel garage, spengono le luci, l’autoradio, e lasciano le chiavi infilate nel cruscotto. E se ci sono lavoretti da fare, la cinghia di trasmissione che si è allentata, l’olio da cambiare, il cambio che non va, si dà una voce al meccanico, passo stasera, vada tranquillo. Anche da Mohamed Fazel, autoparcheggio in centro Bagdad, una cinquantina di posti al coperto, officina e lavamacchine incorporati, funzionava così. Soltanto certi clienti a volte erano un po’ diversi. Più discreti, più esigenti. Parcheggiavano nell’angolo più buio e sparivano nell’ombra, senza bisogno di dire nulla. Mohamed sapeva già cosa fare. Il primo lavoretto da sbrigare per esempio era sistemato nel vano bagagli, orario insolito più o meno intorno a mezzanotte, una cosetta delicata. Il primo lavoretto è stato un soldato iracheno. Aveva gli occhi sbarrati e una benda sulla bocca. «Lo abbiamo tirato fuori, poi gli abbiamo messo una camicia di forza, legato i piedi, messo un sacco sulla testa». Consegna in fondo semplice: «L'ho decapitato. E nello stesso tempo un mio complice lo pugnalava al ventre». Perché Mohamed Fazel non si accontentava di essere il proprietario di uno degli autoparcheggi più in vista di Bagdad, per arrotondare s’era trovato un secondo lavoro: il macellaio. Il macellaio di Al Qaida. Faceva il boia per Al Zarqawi. Un paio di aiutanti, gente fidata, gli dava una mano, l’amico Riad per esempio e il lavamacchine Zaher Ahmed Salem. Nella borsa degli attrezzi sul retro, insieme a cacciavite e chiavi inglesi, una collezione di coltelli. I migliori erano quelli di sopravvivenza, 240 millimetri di lama al carbonio, con seghettatura robusta e rivestimento in cuoio. Passano sulla gola come burro.
Fazel ha raccontato i segreti del mestiere sul canale televisivo Al Iraqiya, trasmissione «Negli artigli della giustizia», prima serata, massimo ascolto, bambini, almeno si spera, a letto. Ha spiegato davanti alle telecamere come funzionava il suo lavoro, descrizioni accurate da vero specialista, come si fa quando si deve illustrare il quadro comandi o la meccanica dei ribaltabili: «Bisogna prima legare le mani dietro la schiena, poi si bloccano anche le gambe e i piedi, e infine si mette un sacco sulla testa della vittima», ha spiegato. Ogni vittima per meglio immobilizzarla veniva rinchiusa in una camicia di forza, sempre la stessa e guai a lavarla. Perché gli ostaggi dovevano capire subito, dal sangue che restava rappreso sulla camicia, qual era la sorte che li attendeva. Dice di aver partecipato alla decapitazione di due soldati di Bagdad e a quella di tre giovani combattenti curde, peshmerga. Tre donne. Ma non si considera un infame: «Non ho mai preso parte ai rapimenti io, mi sono sempre e solo accontentato di decapitare gli ostaggi...». A consegnare i bagagli da sistemare era invece il capo del gruppo, un certo Abu Zahra. Era lui che parcheggiava l’auto nel buio, chiavi sul cruscotto, 50 dollari per ogni esecuzione, niente fattura per i clienti affezionati.
Mohamed gioca al ribasso sulle vittime ma è accusato di averne decapitate almeno una decina. Se glielo rinfacci va sulla frenata antipanico. Dice di avere una coscienza, lui: «Per reggere il compito prima di ogni esecuzione facevamo uso di droga». Per pietà spesso usavano la stessa cortesia alla vittima: «Gli iniettavamo un calmante perché stesse buona, a volte nemmeno si accorgeva di morire». Una volta un ostaggio, ancora un soldato, si ribella e per questo gli viene risparmiata la decapitazione. Ma solo perché Riad, il solito precipitoso, lo accoltella prima dell’esecuzione. Capita: «Quel giorno avevamo bevuto...». E giura di essersi rifiutato una volta di portare a termine un lavoretto. Non è servito a niente: «Il capo del commando lo ha ucciso lo stesso, con sei colpi alla testa». Mohamed e i suoi aiutanti sono stati arrestati il 14 luglio a est di Mosul, 370 chilometri a nord da Bagdad e dall’officina. Era notte fonda, buio pesto. Lo hanno preso per colpa di una spia. Una spia luminosa.