Boicottare, boicottare, boicottare

La parola d’ordine è boicottare. Quant’è di moda, oggi, boicottare. C’è chi vuole boicottare le Olimpiadi di Pechino contro le violazioni dei diritti umani in Cina. Ci sono gli scrittori dei paesi arabi che non sono andati al Salone del libro di Parigi per boicottare Israele. E poi altri che annunciano di boicottare la Fiera del Libro di Torino per boicottare la politica di occupazione dei territori di Israele. E c’è anche la Fiera del Libro di Francoforte che boicotta la Finlandia per ripicca contro l’annunciata chiusura di una fabbrica della Nokia in Germania (anche questo un boicottaggio). E in America c’è chi boicotta l’apertura di un Museo sulla Schiavitù.
Insomma, in questo periodo non si «protesta», si boicotta. Non si «ostracizza il nemico», si boicotta. Non che la sostanza cambi, in fondo si usa un termine diverso per dire la stessa cosa. Però è incredibile. Anche le parole hanno il loro quarto d’ora di celebrità alla Andy Warhol. Quando una parola comincia ad andare per la maggiore, non c’è verso di fermarla. Diventa un Figaro, tutti la usano e tutti la vogliono. Anche a sproposito.
Per fortuna adesso si boicotta, direte voi. Almeno l’abbiamo finita con la moratoria. Non si parlava altro che di moratoria. Dalla pena di morte all’aborto, passando per la moratoria sugli sfratti e su cani randagi, ognuno aveva la sua buona causa per la quale chiedere una moratoria. Se possibile all’Onu.
La moratoria è una parola bruttina, però innocua. Altri tormentoni sono stati molto peggio. Pensate a bipartisan. Tutto doveva essere bipartisan. Senza che nessuno sapesse bene come pronunciarla: gli autarchici andavano sulla dizione all’italiana, così come si legge. Chi voleva fare il raffinato la dicevano all’inglese, baipartisan, per poi cadere subito nel dubbio di aver fatto una gaffe.
Certe volte viene da rimpiangere i bei tempi di politically correct e di par condicio. Ma a pensarci bene, forse no. Teniamoci il boicottaggio.
caterina.soffici@ilgiornale.it