"Boicottare le Olimpiadi a Pechino? No, solamente l’inaugurazione"

Intervista con Matthieu Ricard, il figlio di Jean-François Revel, che si è fatto monaco buddhista: "Gli atleti si rifiutino di sfilare dietro le bandiere nazionali. È l’unico modo per costringere la Cina al dialogo"

nostro inviato a Lugano
Lo hanno definito l’uomo più felice del mondo, ma lui si schermisce ritenendola «un’esagerazione!». Matthieu Ricard è francese ed è figlio dell’intellettuale liberale Jean-François Revel, ma da quando ha deciso di convertirsi al buddhismo ha il Tibet nel cuore e una vocazione: aiutare il maggior numero di persone a scoprire la beatitudine del vivere. Oggi e domani terrà ad Ascona un seminario organizzato da Tibet House Switzerland Foundation, mentre proprio in questi giorni arriva in libreria la sua ultima opera Il gusto di essere felici-Saggezza e benessere in ogni momento della vita (Sperling & Kupfer, pagg. 337, euro 17).
I suoi occhi sprigionano vitalità, il suo portamento serenità. Hai l’impressione che basti la sua presenza a placare ansie e preoccupazioni. Eppure per Ricard e per il Dalai Lama, di cui è amico e consigliere per gli studi scientifici sul rapporto tra cervello e spiritualità, questi sono giorni difficili. Le notizie sulla repressione cinese sono sempre più drammatiche: «Il bilancio è di centotrenta morti e diverse migliaia di persone arrestate e di cui non si sa nulla», ci dice.
Cosa può fare l’Occidente per aiutare il Tibet?
«Deve dire chiaramente a Pechino che se non avvierà il dialogo con il Dalai Lama prima dei Giochi Olimpici, atleti e leader politici non parteciperanno alla cerimonia di apertura. Annunciare la propria assenza come semplice gesto di protesta, come ha fatto Angela Merkel, non basta; occorre che ci sia una volontà politica e sarebbe auspicabile una dichiarazione comune dei Paesi europei. Se tutti gli atleti della Ue rifiutassero di sfilare dietro le bandiere nazionali sarebbe uno smacco enorme per il governo cinese che, infatti, teme molto questa eventualità. È l’unica misura ragionevole e costruttiva per ottenere risultati concreti. Il boicottaggio invece sarebbe inutile».
Lei insegna l’arte della felicità, ma com’è possibile essere sereni di fronte a grandi ingiustizie, come quelle di Lhasa?
«La felicità autentica non significa provare sempre piacere o pensare che tutto va bene e che esistono solo persone gentili. Al contrario: significa eliminare le tossine mentali, come l’odio, il rancore, la rabbia, l’avidità, acquisendo una conoscenza del funzionamento della mente e una percezione più equilibrata della realtà. Essere in armonia con la nostra dimensione profonda ci dà le risorse necessarie per gestire qualunque situazione, lieta o molto sfavorevole. Certo, ciò non vuol dire essere contenti quando si finisce in prigione, ma permette di affrontare queste prove senza sprofondare nella disperazione, nel malessere esistenziale, nella rassegnazione. Mantenere la propria pace interiore a dispetto delle condizioni esterne, questo è lo scopo».
Eppure il Dalai Lama appare molto provato in queste ore...
«Sì, ma non rimette in discussione le sue convinzioni profonde. Quando una persona è prigioniera dell’ego e dunque è concentrata interamente su se stessa le difficoltà sembrano molto pesanti, finiscono per spezzarti e la vita ti sembra insopportabile. Ma il Dalai Lama coltiva la felicità e le drammatiche notizie sul Tibet anziché indurlo alla disperazione, moltiplicano il suo coraggio e la sua determinazione a trovare un rimedio».
Uno dei concetti chiave del buddismo è l’amore, che però genera attaccamento. Come si fa a esser felici quando la persona a cui si vuole bene soffre o muore?
«Una felicità autentica permette di non perdere la visione della vita. La morte fa parte della natura delle cose, dunque ribellarsi è inutile e autolesionista. Quando qualcuno ci lascia è normale provare tristezza, ma a cosa serve lasciarsi annientare dal dolore? Immaginate di essere sul punto di andarvene e che possiate esprimere un desiderio per coloro che restano. Sarebbe molto egoista augurarsi che i propri cari non siano più felici perché tu non sei più con loro. Io invece auspicherei che possano continuare a condurre una vita piena e serena e non vorrei che vivessero col cuore spezzato per 15 anni. Accettare la morte significa accettare la realtà senza rimettere in dubbio la direzione della nostra esistenza».
Dunque per essere felici bisogna conoscere i processi mentali che ingannano noi stessi. Ad esempio?
«Se qualcuno mi insulta, di solito provo rabbia, che genera un secondo pensiero, poi un terzo; insomma una reazione a catena che provoca in noi animosità, distruggendo la nostra pace interiore. Non è il modo migliore per reagire a un’ingiustizia. Se posso rimediare bene, ma se non posso è inutile ruminarci sopra come fanno quasi tutti. Anziché essere ossessionati dal torto subito, bisogna osservarlo come si guarda la legna ardere nel caminetto. Se non si alimenta il sentimento negativo, si recupera la pace interiore e così riusciamo ad analizzare la situazione con lucidità. Aaron Beck, fondatore della scienza delle terapie cognitive, ha dimostrato che quando siamo in collera l’80% delle nostre percezioni è alterato dalla mente. Come facciamo a prendere la decisione giusta quando siamo in questo stato? Rompere la schiavitù dei meccanismi mentali è l’unica soluzione».
A che punto sono le ricerche scientifiche sul rapporto tra cervello e felicità?
«Gli studi avviati nel Duemila da prestigiose università americane ed europee stanno dando risultati molto positivi. Ad esempio esaminando quindici grandi meditatori, si è provato che le loro onde gamma raggiungevano una potenza mai registrata prima. Altri studi hanno dimostrato che la meditazione favorisce un aumento del livello di attenzione e un rafforzamento delle difese umanitarie, un netto calo dello stress e delle tendenze depressive. Tra qualche anno avremo un quadro completo».
Solo la meditazione procura la felicità?
«No, bisogna demistificare e questo concetto. Meditare significa semplicemente coltivare alcune qualità interiori. È un allenamento dello spirito, mentre molti pensano che meditare sia sedersi sotto un albero di fico con l’aria sognante. Ciò che mi stupisce è che investiamo anni nello studio per il nostro avvenire professionale o passiamo ore a fare jogging, ma siamo convinti che quel ragazzino capriccioso del nostro spirito possa diventare subito posato e sereno solo perché lo desideriamo. Non è così: la felicità richiede sforzo e dedizione, bisogna allenarla».
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