Una «Bolena» che emoziona

da Verona

Mistero Donizetti. In Italia, amatissimo, ma considerato quasi con bonarietà, ingenuo e discontinuo, con lampi di genio. Fuori, tra i più rispettati con devozione, e ormai con oltre 40 opere, delle sue più di 70, ritornate nell'ultimo mezzo secolo in repertorio. L'inizio della formidabile rinascita fu Anna Bolena, nell'inarrivabile produzione della Scala, con l'adorata e mitica Callas, e i prodigiosi Simionato, Gianni Raimondi e Rossi Lemeni. Gavazzeni, operando tagli efficacissimi, le aveva dato fonda e perentoria drammaturgia, e Luchino Visconti, nelle scene di Nicola Benois che riprendevano le famose stampe in bianco e nero della Corte d'Inghilterra, ritualità melodrammatica severa ed ammaliante.
Sono passati 50 anni esatti e adesso abbiamo appreso che le forme dell'opera donizettiane possono essere accolte nella loro integrità, che il belcanto correttamente eseguito può essere non solo virtuosismo ma linguaggio eloquente. E i registi gli vanno scoprendo una libertà visionaria, una coerenza psicologica, una forza impressionante. A Verona, la nuova Anna Bolena si caratterizza proprio per queste due caratteristiche. Una è la regia di Graham Vick, il quale tende sempre a soluzioni estreme, e che in questa circostanza ha tolto ogni elemento illustrativo e addirittura narrativo allo spettacolo: su una lunghissima passerella girevole, con pochi altri volumi scenografici simbolici o addirittura nel vuoto che può caricarsi di nevischio o di piccole bolle rosse, la passione di Re Enrico VIII d'Inghilterra per Jane Seymour, l'invenzione del tradimento della moglie Anna per sbarazzarsene tramite giudici e boia, tutto è deducibile solo dalla recitazione ora astratta ora violenta dei personaggi. Ci sono momenti irritanti: che quando Anna che sente sulla sua mano le lacrime del primo amore Percy, lei debba portare dei guantini, fra gli esseri al mondo solo un regista d'opera può pensarlo. Ma gli interpreti, in costumi d'epoca vistosamente teatralizzati (scene e costumi di Paul Brown), vivono una concentrazione fortissima; e la parabola tragica di Anna che ha rinunciato all'amore per il trono e che trascina chi l'ama nel dolore e nell'espiazione scava dentro a noi emozioni forti.
L'altra è la bravura vocale e stilistica di tutta la compagnia di canto. Date a Francesco Meli una frase d'amore, di tenerezza, di morte e la farà diventare memorabile, nella sua tenorilità ispirata. Chiedete a Michele Pertusi di incrudelirsi con tonante e nobile solennità, e sarà un tiranno d'opera perfetto. Laura Polverelli canta e recita con bravura, come anche Elena Belfiore. La protagonista è Mariella Devia, l'infallibile. Ora ha imparato anche ad esprimere dolore e personalità; e, a parte il vezzo di sostituire certe note pregnanti con degli optional acuti distraenti, ci tiene legati a sé. Dirige il cinese Lu Ja, direttore stabile dell'Ente Arena di Verona, così fiacco e sgretolato nei tempi lentissimi, che non diventerebbe un direttore donizettiano nemmeno inzuppato nel caffè.