Bolivia, un cocalero guida la corsa alla presidenza

Preoccupazione degli Usa: si rischia di avvantaggiare il narcotraffico

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

A 46 anni Evo Morales ha avuto una «carriera» abbastanza pittoresca: minatore, pastore di lama, sindacalista. Di una categoria un po’ particolare: il sindacato che egli ha finora guidato riunisce infatti i «cocaleros», i coltivatori di coca, la materia prima per la cocaina. Fedele agli interessi di categoria, Morales chiede la legalizzazione della coltivazione. In altri termini, «libera droga in libero Stato». E con questo programma, oltre che su una generica «piattaforma» socialista, antiamericana, rivoluzionaria, ha buone probabilità di diventare presidente della Repubblica. Sarebbe il primo indio capo dello Stato. I boliviani sono andati ieri alle urne e, nel voto di ieri, Morales ha superato di slancio quello che informalmente è considerato il primo turno elettorale, qualificandosi per la «finale» con un vantaggio abbastanza netto sul secondo, il moderato Jorge Quiroga. Il suo successo era atteso, anche se forse non in queste proporzioni. Il suo futuro è meno certo.
In base alla Costituzione, quando un candidato alla presidenza non ottiene la maggioranza assoluta non si procede a un ballottaggio (che in questo caso sarebbe Morales contro Quiroga) bensì si demanda la scelta al Parlamento. E i deputati boliviani sono nella loro maggioranza piuttosto remoti dalle promesse «rivoluzionarie» di Evo. Dunque gli preferiscono Quiroga, anche se a Quiroga probabilmente preferiscono uno dei candidati centristi che occupano dal terzo posto in giù nell’«ordine d’arrivo». Da loro ci si aspetta un voto genericamente più conservatore. Ma non è detto che sia così. La Bolivia, storicamente famosa per la sua instabilità governativa, ha rinverdito negli ultimi anni questo suo non invidiabile primato. Nel 2003 una rivolta popolare (nota anche come «guerra del gas») ha imposto le dimissioni del presidente Gonzalo Sanchez Losada, sostituito da un capo dello Stato ad interim, Carlos Mesa. Ma nel giugno scorso è scoppiata una seconda «guerra del gas» e anche Mesa si è dovuto dimettere. La prospettiva di un presidente con un ancora minore appoggio popolare ha spinto ora l’esercito a intervenire, ponendo fine a una lunga neutralità. I comandanti delle tre Armi (la Bolivia ha anche una Marina nonostante non abbia alcun accesso al mare) non hanno fatto nomi del candidato preferito ma hanno ammonito che è «dovere dei deputati» proclamare eletto al più presto il candidato che avrà il maggior numero di voti popolari.
Non è un invito diretto ad appoggiare Morales, è certamente un veto nei confronti degli esponenti dei partiti minori. Non si sa quanto peso i militari abbiano oggi in un Paese in cui hanno giocato più volte ruoli decisivi, a volte a vantaggio della sinistra, più spesso in direzione opposta. Nell’agosto 1967 furono i soldati di La Paz a mettere fine con una raffica di mitra alla carriera internazionale di Ernesto Che Guevara. Quattro anni dopo essi issarono al potere il dittatore Hugo Banzer. Nel frattempo la società boliviana si è evoluta, ma soprattutto nel senso di una più netta divisione fra due zone del Paese: il cosiddetto «Alto», cioè la zona montuosa di più antico insediamento, attorno appunto a La Paz con le sue ricchezze minerarie tradizionali, dall’altra parte le fertili terre vicine all’Amazzonia e al confine col Brasile, dove è stato scoperto del gas naturale e dove c’è una città, Santa Cruz, che è diventata la «anti-capitale».
La «Bolivia bassa» è orientata in senso «neoliberista», ma quella di montagna, che in nulla ha beneficiato della crescita economica, conosce un ritorno di fiamma rivoluzionario, «socialista», nazionalista e antiamericano. La questione della coltivazione della coca si inserisce in questo contesto: Washington la vede come un serbatoio per il narcotraffico internazionale, molti boliviani come un «cereale» qualsiasi, unica fonte di sostentamento, grazie alle esportazioni, per le masse di indios in grande miseria. Di qui la popolarità di Morales, che ha saputo unificare i vari risentimenti e resuscitare miti che ancora dieci anni fa erano chiusi nel cassetto della storia. Il suo partito, Mas, ovvero Movimento al socialismo, si richiama alle tradizioni rivoluzionarie, non a quelle moderate di parte della sinistra latinoamericana, che in molti Paesi ha riconquistato il potere negli ultimi tempi.
Il modello di Evo è Hugo, quel Chavez presidente del Venezuela che è diventato il leader del sentimento antiamericano in tutto il Sud America e che ha promesso ai boliviani un sostegno economico se imboccheranno, con Evo Morales, la via della «revolución». Potrebbe essere un problema in più per Bush, già visibilmente infastidito dalla crisi del modello neoliberale in altri Paesi dell’America Latina e in più assolutamente intransigente su tutto quello che riguarda la droga.
I boliviani hanno votato anche per rinnovare il Parlamento - 130 deputati e 27 senatori - e per eleggere per la prima volta direttamente i governatori dei nuovi dipartimenti del Paese: è l’inizio di un processo di limitata decentralizzazione.