La Bolivia alla corte di Castro

Livio Caputo

Dopo Hugo Chavez, Evo Morales. L'elezione al primo scrutinio a presidente della Bolivia di un indio Aymara il cui «Movimento verso il socialismo» predica la lotta all'imperialismo americano, la nazionalizzazione delle risorse minerarie e lo stop alla «guerra alla coca» rappresenta l'ennesimo scacco per la Casa Bianca in America latina. Quasi per girare il coltello nella piaga, il primo atto del nuovo «capataz» è stato di recarsi a Cuba a rendere omaggio a Fidel Castro che, nonostante l'avanzare degli anni e il totale fallimento interno, è tornato ad essere popolare come non mai presso le masse dei diseredati a sud del Rio Grande. Nel subcontinente è infatti in corso, ormai da qualche anno, una deriva a sinistra di cui Chavez e Morales sono solo le punte di lancia, ma che ha investito anche Paesi ben più importanti sul piano politico ed economico. In Brasile, Lula da Silva si è rivelato nell'insieme più moderato e pragmatico di quanto si temesse al momento della sua elezione tre anni fa, ma rimane pur sempre un ex-sindacalista diffidente degli Stati Uniti ed avversario della globalizzazione. In Argentina Nestor Kirchner (l'uomo che ha tagliato unilateralmente il debito estero, infliggendo ai soli risparmiatori italiani un danno pari a un punto di Pil) sta governando con un mix di populismo, antiamericanismo e disprezzo per il mercato che ne fa, dopo mezzo secolo, l'autentico erede del peggiore peronismo. L'Uruguay, ex Svizzera dell'America latina, ha eletto per la prima volta un presidente, Tabaré Vazquez, che non solo sbandiera la sua fede marxista, ma ha addirittura chiamato al governo alcuni appartenenti al movimento guerrigliero dei Tupamaros. Il Cile sta per conferire il potere a Michelle Bachelet, socialista doc, figlia di una vittima di Pinochet e per nulla tenera verso la Casa Bianca. Ma non è finita: il favorito delle prossime elezioni in Nicaragua e Daniel Ortega Saavedra, il capo dei sandinisti che tennero in scacco Reagan negli anni Ottanta e fu relegato all'opposizione nel 1990; e in Messico, Paese ormai stabilmente inserito nell'orbita economica americana, il posto del liberaldemocratico Vicente Fox, in scadenza di mandato, potrebbe essere preso dall'attuale sindaco della capitale ed esponente della sinistra Andres Lopez Obrador.
La guerra fredda è finita e perciò non esiste più il pericolo, incombente negli anni Sessanta e Settanta, che, grazie a Castro, Allende, Ortega e compagni, l'Unione Sovietica si insedi stabilmente in America latina. Le stesse, sempre più violente invettive antiamericane di un Hugo Chavez lasciano il tempo che trovano finché il Venezuela continua a vendere il suo petrolio agli Stati Uniti. Ciò nondimeno, il «vento rosso» che soffia sul continente suscita a Washington serie preoccupazioni e ha già avuto una conseguenza molto negativa per Bush: ha affossato il suo progetto per una zona di libero scambio dall'Alaska a capo Horn, che gli avrebbe permesso di costituire una specie di contraltare all'Unione Europea. Per di più, la visita che ha compiuto a Buenos Aires per promuovere il suo progetto si è risolta in un vero e proprio smacco personale, con decine di migliaia di persone in piazza per contestarlo.
Il vero timore, tuttavia, riguarda le prospettive a medio termine: è concepibile che quel socialismo reale che con tanta fatica è stato sconfitto in Europa rinasca in un'America latina dove la presenza di un establishment quasi feudale accanto a masse di diseredati, le crescenti differenze tra ricchi e poveri e la mancanza di una classe politica qualificata ricordano la nostra situazione di un secolo fa? È verosimile che, dopo la promettente svolta verso la democrazia liberale degli anni Novanta, il subcontinente torni a scivolare verso una fase di predominio delle dittature, non più dei militari, ma del proletariato? Come è possibile che la lezione di Cuba, ridotta alla miseria dal regime castrista, non sia servita a nulla e Fidel abbia ancora tanti ammiratori? Da come si stanno mettendo le cose, la minaccia indubbiamente esiste, mentre il ricorso agli antidoti è più complicato di prima. Finché Castro era solo, o quasi, a predicare il verbo del comunismo, isolarlo era relativamente facile. Ma se a coalizzarsi contro gli Stati Uniti - sia pure con le evidenti remore dovute alla loro situazione economica - fossero i maggiori Paesi del subcontinente, la situazione potrebbe presentare seri problemi.