Bollani: per me il jazz è divertimento Come per Armstrong

Intervista con il pianista, in classifica con un disco da solista e autore di un romanzo intitolato «La sindrome di Brontolo»: «L’ho scritto nelle pause delle tournée»

Antonio Lodetti

da Milano

«Sì, sono un personaggio trasversale sia nell’arte che nella vita. Da bambino sognavo di fare l’attore, lo scrittore, il musicista; così da grande ho fatto la sintesi». L’ironia è la seconda arma vincente di Stefano Bollani; la prima naturalmente è quella vena di pazzia creativa che l’ha reso pianista di riferimento delle giovani generazioni jazzistiche. Jazzista doc, anche se le etichette gli stanno strette, ché Bollani rilegge Mozart con la voce recitante di David Riondino e suona in Tv con Arbore o in teatro-cabaret con Banda Osiris. Ogni suo disco è una sorpresa; dal colorito doppio I visionari al nuovo elegante Piano solo per la prestigiosa Ecm cui ha aggiunto, da pochi giorni, il surreale romanzo La sindrome di Brontolo.
A lei piace stupire.
«Mi piace essere libero e collegare le forme d’arte. Quando compongo, scrivo musica o un romanzo il mio obiettivo è sempre lo stesso: non raccontare nessuna verità ma una storia con tante letture diverse e molte vie di fuga».
Ovvero?
«Amo improvvisare ma in modo tutto mio. L’improvvisazione jazz non parte mai dal nulla; bisogna inventarsi una struttura armonica rigida da cui partire per poi allontanarsi e fare fuochi d’artificio. In questo senso mi hanno influenzato scrittori come Queneau (cui ho dedicato un disco) e Calvino».
Il suo è un romanzo surreale.
«Sì, surreale, oppure un romanzo di realismo magico tipo quelli di Bontempelli o di Vargas Llosa. Ho iniziato a scriverlo quattro o cinque anni fa su un computer portatile nei tempi morti delle tournée. È una storia di incontri mancati tra cinque personaggi, anche un po’ autobiografico; un puzzle di cui si può dire: “però che malefico quel Bollani”, oppure: “che carino”».
Oggi punto di riferimento dei pianisti jazz: musicalmente come si forma?
«Da bravo bambino ho studiato musica classica al Conservatorio ma a 15 anni suonavo già il jazz da professionista. A 11 anni mi sono innamorato di Charlie Parker su consiglio di Renato Carosone. Ero un suo fan, gli scrissi una lettera e lui mi rispose: “Se vuoi studiare il blues ascolta Parker”. Sono un talebano del be bop ma amo anche la musica classica e il rock dei King Crimson e di Frank Zappa. Non sono obbligato a fossilizzarmi su un solo stile».
A quale artista si sente più affine?
«A Martial Solal anche se abbiamo stili diversi. Abbiamo suonato insieme e m’intriga il suo modo di giocare con le aspettative del pubblico, così come fanno Keith Jarrett e Brad Mehldau. L’ultimo cd di Jarrett non mi fa impazzire, ma m’impressiona la sua voglia di cercare ancora strade nuove».
Enrico Rava è il suo grande maestro.
«Maestro musicale ed etico. È lui che mi ha aperto queste strade. In novembre incideremo un album in duo».
E il suo disco Piano solo, un elegante excursus da Prokofiev al ragtime come è nato?
«Per caso. Doveva essere un disco di brani di Prokofiev, ma in studio, dopo venti minuti, mi son sentito intrappolato in una gabbia troppo stretta. Sentivo di non essere libero, così ho cominciato a suonare tutt’altro. Lo chiamerei un repertorio d’emergenza ma il repertorio non è importante. Puoi interpretare Modugno o Scott Joplin e trasformarlo in qualcosa di completamente diverso. Dipende da come lo suoni».
Un momento d’oro per lei.
«Sì, ma sono sempre contento e scontento di ciò che faccio. Se fai una vita creativa devi mettere in conto di esplorare territori che poi non ti piacciono».
La tv con Arbore le ha portato fortuna.
«In tv si va per giocare. Per fare uno spot che dice: io esisto».
Qualcuno la accusa di prendere il mondo dello spettacolo con troppa allegria.
«Non pretendo che Miles Davis o Jarrett divertano il pubblico. Ma difendo il mio lato ludico. Il jazz è fatto anche di divertimento come testimoniano Louis Armstrong e Dizzy Gillespie».