Bolle: «Io, étoile di danza sarò un selvaggio tutto nero»

Alla vigilia dell’inaugurazione parla il primo ballerino del Teatro scaligero che si è esibito anche all’apertura delle Olimpiadi invernali di Torino e presto sarà al Metropolitan di New York

Piera Anna Franini

da Milano

Il Trionfo è forse il momento più atteso dell’intera opera, Aida, titolo inaugurale della stagione del teatro alla Scala dove ci aspettiamo una scena superba, da stordimento, con quattrocento persone lì, sul palcoscenico, a festeggiare la vittoria di Menfi. In mezzo a tanto splendore, vedrete spuntare due ballerini etiopi, e in particolare lui: Roberto Bolle, étoile della Scala, alla sua terza inaugurazione di stagione e dopo un’Aida all’Arena di Verona e in Egitto alle piramidi di Giza «dove - ricorda - ricavarono una scenografia naturale con il palcoscenico direttamente montato sulla spiaggia e giochi di luci ad evidenziare le piramidi: uno spettacolo mozzafiato che è rimasto impresso nella mia memoria».
Dunque, Aida è un titolo che ritorna spesso nella sua carriera. Un caso?
«Solo in parte. La scena del Trionfo è sempre trattata con cura quindi, in genere, si punta su interpreti di un certo calibro».
Un’opera che lei ama?
«Diciamo che ci sono molto affezionato. Non è comunque la mia preferita».
Che è?
«Tosca, e in generale le opere di Puccini».
Questa è la sua terza inaugurazione di stagione. Quale fra i tre titoli offre maggior soddisfazione a un ballerino?
«Aida perché è di forte impatto sul pubblico. Ciò che conta è che per il 7 dicembre siano coinvolti tutti gli artisti del teatro, dal coro al corpo di ballo. Mi è molto dispiaciuto che l’anno scorso ciò non sia accaduto».
Cosa ci anticipa del suo intervento?
«I movimenti sono tribali, molto fisici, erotici, anche con richiami a un rapporto sessuale. Non mancheranno salti e giri spettacolari».
Il suo aspetto poco si concilia con quello di un selvaggio Etiope...
«Infatti mi dipingeranno da capo a piedi di marrone. Un’operazione che richiede quasi venti minuti. A questi si aggiunge il tempo speso per il riscaldamento e il paradosso è che il momento della preparazione è tre volte tanto la durata della mia esibizione. Del resto, questo accade spesso quando ci sono degli inserti di danza nelle opere».
Non avrà altri accessori?
«Sì, avrò degli ornamenti tribali, una sorta di pantaloncino... tutto è pensato per valorizzare il corpo».
In giugno debutta al Met. E con New York chiude il cerchio dei cinque grandi palcoscenici del balletto.
«Sono molto felice, a New York sono passati tutti e poi debutto con ruoli che ben conosco».
Lei è un personaggio. Le dedicano copertine, è ospite di programmi televisivi. Come vive questo ruolo?
«Ovviamente a tutto preferisco la danza. Ma credo che un artista non debba rimanere chiuso in teatro, deve rinunciare a parte della sua vita privata e sfruttare l’essere personaggio pubblico per portare avanti battaglie».
Come quella contro l’innalzamento dell’età pensionabile.
«Per esempio. Mi batto perché il tetto per noi scenda a 45 anni. Un ballerino è anche un atleta: non può reggere tutta una vita».
Un ricordo delle Olimpiadi...
«Mentre ero lì, davanti a miliardi di persone e ballavo da solo nello stadio, ho ripassato velocemente la mia vita, la montagna di sacrifici e mi sono detto: ne è valsa la pena».
Ha spiegato che per tener testa a tanti impegni ci vuole un lavoro mentale. Fa qualcosa in particolare?
«Mi piacerebbe avvicinarmi allo yoga, ma ho problemi di tempo e di trovare la persona giusta che mi avvii. Credo che ricorrerei volentieri a questa pratica dopo uno spettacolo, quando l’adrenalina ti tiene sveglio fino alle tre del mattino».