Bollino: «Accordi per estendere il fotovoltaico»

Il presidente del GSE delinea lo scenario dello sfruttamento delle energie rinnovabili in Italia

«Da un punto di vista statistico, in termini assoluti per produzione di energia da fonti rinnovabili sul totale della produzione elettrica, siamo al quarto posto in Europa. E in termini percentuali facciamo meglio di Francia e Germania». Carlo Andrea Bollino, presidente del Gestore dei Servizi Elettrici, non nasconde la soddisfazione nel rilevare come l’Italia abbia intrapreso con decisione la strada dell’energia pulita. Anche se, subito dopo, si preoccupa di smorzare gli eccessi di trionfalismo: «Parzialmente, questo risultato è dovuto al fatto che abbiamo le Alpi, grazie alle quali possiamo ottenere grandi produzioni idroelettriche. Come sviluppo complessivo siamo comunque nella media europea, rispetto agli obiettivi che ci siamo posti: l’Italia ha un target del 25% di energia da fonti rinnovabili, da raggiungere entro il 2012. Per ora siamo sul 16-17%, una percentuale che di anno in anno fluttua a seconda della piovosità e di quanta acqua si accumula nelle dighe».
Nato a Milano, classe 1954, docente universitario e presidente designato della Iaee, l’Associazione internazionale degli economisti dell’energia, Bollino ha seguito tutte le fasi dell’esistenza del GSE, dalla nascita nel 2003 come Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale (GRTN), attraverso le successive trasformazioni in Gestore del Sistema Elettrico (nel novembre 2005) e poi in Gestore dei servizi elettrici (nel 2006). È quindi la persona più adatta per aiutarci a capire il presente e il futuro delle energie rinnovabili in Italia.
Tralasciando la produzione idroelettrica, quanto "pesano" in Italia le altre fonti rinnovabili?
«Nel loro complesso, il fotovoltaico, l’eolico e le biomasse coprono circa il 3% della produzione nazionale. Una quota che, mi rendo conto, può apparire piccola in termini assoluti. Ma come in architettura la chiave di volta è quell’unica pietra, seppure minuscola, senza cui l’intero arco crolla, così le energie rinnovabili rappresentano una necessità ineludibile per il nostro futuro. Le fonti fossili prima o poi si esauriranno, ed è per questo che la ricerca scientifica va spinta a trovare nuove soluzioni. Anche attraverso un bisogno indotto dalla politica, con normative ad hoc».
Quanto sono destinate a crescere nei prossimi anni le energie pulite?
«Il sentiero della crescita in Italia è tracciato da un preciso obbligo di legge, che oggi prevede, per ogni 100 kWh prodotti da fonte fossile, di introdurne in rete 3,05 da fonte rinnovabile. Se non li si ha in casa, li si acquista da un produttore specializzato: c’è, quindi, sempre un livello minimo di domanda garantita, che è poi quella che permette lo sviluppo delle fonti rinnovabili. E la quota obbligatoria d’immissione viene incrementata dello 0,35% ogni anno: quindi, visto che, come detto prima, le fonti rinnovabili coprono il 3% della produzione complessiva, registriamo un tasso di sviluppo del 10% (0,35 su 3). Un trend poderoso, più o meno ai livelli dell’economia cinese».
Che cosa fa in concreto il GSE per la promozione e lo sviluppo dell’energia rinnovabile?
«Abbiamo promosso diverse campagne informative mirate soprattutto ai media locali, perché riteniamo che la vicinanza al territorio sia fondamentale per il recepimento del messaggio. Stiamo inoltre definendo accordi finalizzati alla diffusione del fotovoltaico con una serie di soggetti istituzionali, come Upi e Anci, che riuniscono le province e i comuni italiani, l’Università di Perugia e il Comune del capoluogo umbro. Senza contare, ovviamente, il nostro ruolo di soggetto attuatore delle politiche d’incentivazione previste dal governo, attraverso lo strumento del conto energia».
E per il futuro?
«Le idee non mancano. Per esempio, prendendo spunto dal fatto che il Consiglio dei ministri ha affidato il compito di supervisionare i servizi idrici all’Autorità per l’Energia elettrica e il Gas, abbiamo fatto un’ipotesi: perché non studiare una nuova forma d’incentivazione anche per quella componente, oggi poco sfruttata, che noi chiamiamo “mini-idro”, cioè torrenti, fiumiciattoli e piccoli salti? Si tratta di fonti che potrebbero essere recuperate, con il non trascurabile vantaggio di ridurre il costo del servizio per la popolazione».