A Bologna corre Bernardini, il leghista dal volto umano

Ha convinto il Pdl a scommettere su di lui ed è riuscito a rosicare punti al gaffeur piddini Merola

Fosse solo la sfida contro Virginio Merola il candidato gaffeur del Pd, quello che non sa che il Bologna è in serie A e dice che gli spinelli non fanno male, probabilmente sarebbe già vinta. Solo che qui, dove ogni portico parla in comunista, sono decadi rosse quelle che Manes Bernardini, leghista candidato per il centrodestra, tenta di colorare di verde. Lo chiamano «il padano», lui dice che è Merola «il bolscevico».
Ha tempo. È nato nel 1972 e se non sarà questo il turno di consegnare a un leghista le chiavi delle Torri, comunque il turno arriverà. E non perché la congiuntura astrale e lobbistica del momento aiuta, come fu con l’exploit di Guazzaloca. No. Il momento arriverà, dice, perché davvero il rosso si sarà tramutato in verde, anche a Bologna dopo che già nel resto dell’Emilia e della Romagna gli operai che votarono Pci adesso i tortelli e le salsicce vanno a cucinarli alle feste della Lega, e poi se ne ricordano alle urne. Non a caso, lo slogan è «Finalmente Bologna». Per dire la sfida: il nome di Bernardini, il centrodestra lo ha lanciato un paio di mesi fa, mica tanto presto. Lui però è da quando il sindaco era Cofferati che lavora per issare su palazzo d’Accursio la bandiera col Sole delle Alpi. Allora, si vanta adesso, costrinse il sindaco ex leader della Cgil a fare marcia indietro sulla moschea. Poi vennero le battaglie classiche dei fedeli dell’Alberto da Giussano, sicurezza, immigrazione, federalismo. Lui non ha mai mollato un colpo, comunque. Prima da soldato semplice, consigliere comunale a Porretta Terme, la città natale di papà, famiglia di agricoltori. Poi da consigliere regionale a commissario cittadino del Carroccio, dopo la crisi che ha travolto il segretario Alessandri. Infine da inaspettato aspirante sindaco per il centrodestra, là dove il primo vero miracolo è stato far cedere al Pdl lo scettro della scelta del candidato.
Ostenta orgoglio leghista, Bernardini: tanto per dire, è il solo candidato di una grande città a mostrare con grande evidenza sul suo sito web, orgogliobolognese.it, i simboli dei partiti di Lega e Pdl, con buona pace di chi sostiene che a livello locale sia sempre meglio personalizzare la sfida, soprattutto se l’ambiente è ostile al tuo partito. Macché. Chiarezza e fierezza dell’appartenenza, sono le parole d’ordine. E può permetterselo, perché non è Borghezio, checché ne dicano gli avversari, che chiamano alla resistenza contro l’invasione dei barbari.
Per l’avvocato Bernardini il modello è Tosi il sindaco di Verona, non Gentilini lo sceriffo di Treviso. Ha detto di lui il potente ministro Roberto Maroni: «È il giovane numero uno della Lega, ha un grande futuro politico». E insomma è la nuova classe dirigente leghista, quella alla Cota tanto per citare un altro campione di sfide impossibili, non a caso qui l’hanno soprannominato «Manes il leghista dal volto umano». È stato un mesetto fa che la semina ha dato i primi frutti. Era il 21 aprile e un sondaggio di Swg diceva che a Bologna si sarebbe andati al ballottaggio. Bingo. Da qui in poi, tutto ciò che arriva è in più, per un partito che nel 2000 da queste parti raccoglieva percentuali da prefisso telefonico e l’anno scorso alle Regionali raccoglieva il 9 per cento. Bernardini è uno che s’è inventato il «gran premio del tortellino su strada» ma poi ti cita Max Weber. Il suo point elettorale si chiama «la Casa del sindaco» perché «se voglio diventarlo, è il caso che io cominci ad esserlo».