«Bologna incattivita dai 5 anni di nulla Così la riscatterò» L’ex sindaco guida una lista civica: «Mi rivolgo ai cittadini di destra e sinistra. Non ai partiti»

Se c’è una cosa che piace a Giorgio Guazzaloca è starsene solo e leggere i giornali. E così lo trovo. Solo che legge i giornali. Da sindaco di Bologna si isolava in un tavolino del Caffè di Piazza Maggiore di fronte al suo ufficio in Comune. Oggi siede appartato nel salottino ori e stucchi del vecchio albergo di fronte al Pantheon. Sempre lo stesso da quando è commissario dell’Antitrust e scende a Roma tre giorni la settimana. E con questo sappiamo l’essenziale sul Guazza. È abitudinario, tradizionalista, solingo e, come accanito lettore di giornali, un tipo in via di estinzione.
«Ne leggo sette al giorno e un paio non li ho finiti. Contento di vederla. Ma non vedo l’ora che se ne vada», dice bonario e si alza per salutarmi.
«Cominciamo bene», dico impermalito.
«Caro Perna, senza offesa. Appena lei si volatilizza io corro al treno che mi riporta a Bologna. Mi siedo sull’ultima poltrona dell’ultimo vagone, me ne sto finalmente solo e finisco di leggere», dice ribadendo l’ordine dei suoi valori: solitudine, giornali, ecc.
«Posso andare via subito» e faccio per alzarmi.
«Sia bravo», dice ironico e ordina caffè e pasticcini per trattenermi.
«È sempre tale e quale: un istrice».
«Come due che amo, l’ex arcivescovo di Bologna, Giacomo Biffi e Indro Montanelli», dice.
«Quando era sindaco, le chiesi come intendesse farlo. Mi rispose: “Farò Guazzaloca”, cioè se stesso. È con questo spirito auto celebrativo che ha scritto la sua biografia, Una vita in salita?».
«L’ha scritta, col mio contributo, Alberto Mazzuca», precisa.
«Un grande, ex del Giornale. Ripeto: un’autocelebrazione?».
«Ho avuto una vita intensa e ho voluto metterla nero su bianco. Per le mie figlie. Sfumando molto, a causa della mia sobrietà», dice e addenta un pasticcino. Dall’ultima volta, quando era sindaco (1999-2004) e convalescente, ha messo su carne.
«Nel libro parla anche della malattia. Ora come va?»
«Mieloma multiplo, con due trapianti di midollo. Peggio del peggior tumore. Oggi sono normale».
«Ora vuole fare il bis da sindaco. Però, non ha ufficializzato la candidatura. Vuole farlo?».
«Lo farò tre mesi prima del voto. Ma confermo l’orientamento. Ho chiesto ai bolognesi di pronunciarsi. Risposta superiore alle aspettative: venticinquemila firme. A giugno, ne avrò 40mila».
«La sua è una lista civica».
«Mi rivolgo ai cittadini. Di destra e sinistra. Non ai partiti. Mai fatto e non comincerò a 64 anni. Li rispetto, ma mi stanno stretti».
«Scontato che la sinistra le sia ostile. La considera un intruso?».
«Un alieno che non riesce a incasellare. Quando vinsi nel 1999, primo sindaco non comunista di Bologna da 60 anni, per loro fu uno choc».
«Stupisce invece la destra. Ce l’ha tutta contro».
«Sono uno spirito libero. Non cambierò mai».
«La Lega ha detto: “Mai Guazzaloca”».
«Non le piaccio. Me ne farò una ragione. Ma non ho capito perché. Forse per andare sui giornali».
«Il responsabile di Fi di Bologna, tale Garagnani, ha detto di lei: “Figura del passato”».
«Quel tale Garagnani, come ha detto lei, è invece uno del futuro. Purché qualcuno sappia che esiste».
«Con An c’è ruggine per la sua frase su Gianfranco Fini: “Non lo stimo e ho i miei motivi”».
«Acqua passata».
«Perché lo disse?»
«I suoi mi spingevano a candidarmi. Poi venne Fini a Bologna. Speravo facesse chiarezza. Invece disse: “Bene Guazzaloca. Ma ci sono anche altri”. Il mio fu un fallo di reazione. Un eccesso di legittima difesa. In seguito, ci siamo stretti la mano».
«Ha fatto però capire che non le manda a dire», osservo.
«Amo la nettezza».
«L’unico apertamente con lei è Pierferdy Casini».
«Casini è un mio amico».
«È diventato dc?».
«Si figuri! Sono stato solo pri ai tempi di Ugo La Malfa. Casini ha detto: “I cittadini di Bologna vogliono Guazzaloca. Io sono di Bologna”».
«Poi è arrivato Sandro Bondi e ha candidato proprio Casini che ha risposto picche».
«Uscita estemporanea. Per vincere bisogna superare il 50 per cento. Non è che uno passa di lì...».
«Altro che Guazzaloca. È un guazzabuglio».
«Molti aprono bocca e le danno fiato».
«Lei però è il più accreditato».
«Quando persi nel 2004 contro Cofferati, avevo il 18,5. Quasi come An e Fi insieme che ebbero il 20. L’Udc ebbe il quattro per cento. Caso rarissimo per una lista civica. Penso di avere ancora quei voti. Anche perché Cofferati ha fatto fiasco».
«Come definirebbe la performance di Cofferati?».
«Il nulla».
«Com’è che lei ha tante antipatie anche a destra?».
«Alle nomenclature non piaccio. Ho dalla mia i cittadini».
«Deciso a non chiedere voti al Cav?».
«Perna, lei è intelligente...».
«Mah...».
«Beh, si sforzi. Alle politiche Berlusconi ha preso a Bologna il 31 per cento. La sinistra il 49. Con questo schema, il centrodestra perde. Chiaro, allora, che per vincere devo andare da solo».
«I sondaggi?».
«La mia lista è data al 52,5. Il candidato della sinistra, Flavio Delbono, al 47,5», dice con la tranquillità di chi intravede ampi orizzonti, dispone le mani sulla pancetta e si accinge a sopportarmi ancora un po'.
La accusano di non avere, dopo la sconfitta 2004, fatto il capo dell’opposizione in consiglio comunale.
«Ho fatto benissimo. Con i numeri che aveva Cofferati, sarebbe stato un massacro. Ma ho cominciato subito a lavorare. Ho scritto sotto pseudonimo articoli sul Carlino. Mai abbandonato un minuto la mia città».
Ha preferito farsi nominare all’Antitrust.
«Per non fare politica con i partiti. Ho appreso cose utili anche a chi amministra».
Cofferati non si ripresenta. Non avrà la rivincita. Dispiaciuto?
«Sono così impegnato a risollevare Bologna dai cinque anni di nulla che l’hanno incattivita che non penso alle persone».
Cofferati?
«Stimo la persona. Ma ha fatto un mestiere che non è il suo».
Le piace la motivazione del suo ritiro: «Mi occupo del bebè»?
«Non è credibile (ride). Forse però, alla sua età, una tarda paternità ti afferra. Diciamo che la rispetto».
Lei ha parlato di un grande progetto per Bologna.
«Voglio discontinuità rispetto al clima totalizzante di una sinistra che arranca da 20 anni. Largo ai giovani per un rilancio culturale. Poi la metropolitana e il risanamento della città. Infine, la sicurezza nelle zone presidiate da una certa fauna. Niente muscoli, né ronde. Se in certe zone faccio sfilate di moda, musica e illuminazione, incoraggio i cittadini a restare, recupero il territorio e allontano la fauna».
Un revival di Bologna.
«La città ha un Dna straorinario. Bisogna ridarle fiato. Un sindaco deve stimolare le energie inespresse».
I musulmani, come a Milano al Duomo, hanno pregato in massa sul sagrato di San Petronio.
«C’erano altri spazi meno simbolici. Tra l’altro, nella cattedrale c’è l’affresco con Maometto nell’Inferno dantesco. Mi è parsa una provocazione».
Il vescovo di Milano ha taciuto. Il vostro, Carlo Caffarra, è stato più all’altezza?
«Per lui ha parlato il vicario. Stigmatizzando gli islamici».
Stima Caffarra?
«Conduce molto bene la sua opera».
Ma il suo cuore è ancora con Biffi.
«Uomo di altissimo livello. Disse che bisognava favorire l’emigrazione dei cristiani e che gli islamici potevano creare problemi. Fu profetico».
I suoi rapporti col Cav?
«Molto cordiali quando ci incontriamo».
Governa meglio o peggio di prima?
«Meglio perché ha grande consenso e un’opposizione fiacca. Ma alla lunga, se l’opposizione non si rafforza, può inciampare pure lui. Mi auguro un Pd meno evanescente».
Veltroni meglio da sindaco o da leader?
«Da sindaco, se lui faceva bianco, io nero. Era il mio paradigma nel senso di Fortebraccio».
Fortebraccio?
«Il corsivista dell’Unità negli anni '60. Immaginava di andare dal cappellaio e chiedeva: “Che ha preso Guido Carli?”. “La bombetta”. “Allora mi dia un basco”. Veltroni era annunci e basta. Ho un’idea opposta dell’amministrazione».
Il successore, Alemanno?
«Cerca di dare risposte concrete. Se ce la farà, non so. Roma è una bella gatta. Auguri».
Albertini o Moratti?
«Hanno le migliori caratteristiche dei milanesi. Volontà di fare e disinteresse personale. Albertini ha fatto bene. Moratti si avvia a fare altrettanto».
Iervolino?
«Non capisco perché resista. Pervicacia colpevole».
Sgarbi sindaco di Salemi?
«È pittoresco (sorride affettuoso). Se usasse in modo produttivo l’intelligenza che ha, sarebbe una risorsa per il Paese. Ma penso sia felice così».
Quale politico le piace di più?
«Un tempo Ugo La Malfa. Il cuore oggi dice, Casini. È perbene come tutta la sua famiglia. Posso dire una cosa che ci sta come un cavolo a merenda?».
Non è appetitoso. Ma faccia pure.
«Pannella è un rompiscatole e non l’ho mai votato. Ma lo farei senatore a vita. Ha meriti che superano di gran lunga la sua petulanza e il suo piangersi addosso».
Da quindici anni non semina più.
«Vuole dire che bisognava farlo quindici anni fa. Siamo solo in ritardo».
Che si aspetta dal 2009?
«La stima di chi mi circonda. Io lavoro per me. Ma se me lo riconoscono, meglio».