Bologna insegna: basta governi in piazza

Alle critiche della sinistra e dei parenti delle vittime per l’assenza del governo dalla manifestazione per il trentesimo anniversario della strage di Bologna, il ministro La Russa ha risposto a muso duro («Voi ci fischiate, e noi non veniamo»), attirandosi naturalmente altre contumelie. Ma la ragione vera per restarsene a casa da parte di un governo che, con buona pace di Bersani, sull’argomento non ha niente da spiegare o da giustificare, è un’altra, ed è molto ben spiegata da un lettore di Repubblica che, commentando sul sito del giornale la cronaca della giornata, scrive: «Ci sono anche molti parenti delle vittime e feriti nell’attentato che ormai da tempo non partecipano più alla manifestazione, perché a senso unico. Ma questo non lo dice nessuno».
Con la loro rinuncia a comparire sul palco, i ministri hanno cioè preso semplicemente atto che l’annuale cerimonia bolognese non ha più il sacrosanto scopo di rendere onore agli 85 innocenti uccisi dalla bomba, ma è diventata da anni una occasione per fischi, urla, discorsi di parte, attacchi al centrodestra e cervellotiche insinuazioni sui veri responsabili della strage («Come potevano partecipare» scrive un altro lettore del quotidiano di Largo Fochetti, questo sì perfettamente allineato con chi protesta «coloro che hanno attuato il programma che i mandanti si prefiggevano?»). «Una piazza di odio», ha riassunto efficacemente il sottosegretario Giovanardi.
Purtroppo il caso della manifestazione bolognese non è unico: la stessa sorte è toccata da tempo alle celebrazioni per l’anniversario del 25 Aprile, dove ogni partecipazione di esponenti del centrodestra è diventata una scommessa con il destino (vedi l’accoglienza a Letizia Moratti, quando si presentò in piazza del Duomo con il padre in carrozzella, medaglia d’argento della Resistenza) e a molti altri raduni o marce che, in un Paese normale, dovrebbero essere super partes. Da parte della sinistra si tratta insieme di un atto di arroganza - appropriarsi indebitamente di pezzi della nostra storia - e di debolezza - rifugiarsi in questi sotterfugi perché si ha poco altro da dire. Con la sua assenza da Bologna, il governo non ha certo agito per paura della contestazione, ma per mandare un segnale che questo andazzo deve finire; e farà bene a ripeterlo, se necessario, alla prossima occasione.
La critica principale mossa dall’Associazione dei familiari delle vittime è che il governo ha cercato di «immiserire» la manifestazione e non ha rimosso il «segreto di Stato», per cui non sappiamo ancora chi si celava dietro i tre terroristi neri Fioravanti, Mambro e Ciavardini, condannati come esecutori della strage (ma sempre proclamatisi innocenti). A parte il fatto che non si sa neppure se questo segreto di Stato esista, è facile ribattere al signor Bolognesi che neppure i governi di centrosinistra hanno mai provveduto alla bisogna e che una eventuale nuova verità potrebbe, se mai, essere imbarazzante proprio per quella sinistra che oggi la reclama: i sospetti, infatti, sono il Kgb, su cui ha indagato la commissione Mitrokhin, e i palestinesi, chiamati in causa da Cossiga. Purtroppo, la teoria di un complotto più vasto è stata adombrata, nel suo messaggio, anche dal presidente Napolitano, e soprattutto da Fini, che tanto per non farsi mancare nulla, ha definito l’attentato «uno degli esempi più efferati di un disegno destabilizzante» e auspicato che «venga finalmente accertata la verità». Senza dire, peraltro, perché non è già stato fatto, chi a distanza di trent’anni dovrebbe farlo, e soprattutto chi pensa fossero i cospiratori.