Bologna, slitta il voto. E il Pd perditempo finge di infuriarsi

A Bologna non si voterà a marzo per il sindaco, non c’è tempo sufficiente perché il governo possa varare una legge speciale per decreto. Ieri l’annuncio ufficiale del ministro dell’Interno ha confermato quanto era nell’aria: «Le dimissioni di Flavio Delbono sono giunte oltre il tempo utile». Ma non è detto che le elezioni saranno indette nella primavera 2011, come prevede la normativa in vigore: si potrà andare alle urne in giugno o in ottobre se il Parlamento (non il governo con un decreto) modificherà la legge, e tutto ciò riguarderà Bologna al pari di altri quattro comuni minori i cui sindaci si sono dimessi di recente. Questo è quanto ha detto ieri Roberto Maroni citando la Cassazione e l’Avvocatura dello Stato.
E a sinistra che cosa succede? Invece di rimboccarsi le maniche, preparare le liste e buttarsi a corpo morto a studiare la nuova legge «ad Bolognam», aprono il fuoco delle polemiche contro il Viminale. «Vergognoso scaricabarile» (Pier Luigi Bersani, segretario nazionale Pd). «Atteggiamento pilatesco» (Andrea De Maria, segretario Pd bolognese). «Il Pdl ha paura di perdere» (Silvana Mura, Italia dei valori). «I soliti magliari» (il redivivo Oliviero Diliberto, Comunisti italiani). Addirittura un gruppetto di militanti ha inscenato una protesta davanti alla prefettura felsinea.
Ma se c’è responsabilità del ritardo, questa è tutta a sinistra. Delbono viene indagato tra Natale e Capodanno, ma lui e i suoi sottovalutano la vicenda. Nei giorni successivi si vengono a sapere particolari sconcertanti (il bancomat, le missioni-vacanze, i rimborsi non dovuti, i sospetti di fondi neri). Il sindaco viene interrogato sabato 23 gennaio e all’uscita dalla procura garantisce: «Non mi dimetto neppure se mi mandano a processo». Il giorno dopo i capi del Pd assieme a Romano Prodi gli fanno cambiare idea. Il lunedì Delbono annuncia le dimissioni senza formalizzarle: dice che prima bisogna approvare il bilancio. Siamo al 25. Ma la firma sulla lettera di addio non arriva che il 28 gennaio.
Basta guardare le date per smascherare la manfrina. Le Regionali sono fissate il 28-29 marzo. Per l’«election day» servirebbe un decreto da convertire in legge entro due mesi, e comunque prima del voto. Se le dimissioni fossero giunte il 25, qualche possibilità c’era. Ma dal Pd è partito subito l’invito alla prudenza. Il senatore Walter Vitali, ex sindaco, ha avvertito che motivi di incostituzionalità avrebbero impedito le suppletive in marzo. Anche Bersani aveva frenato: «Sono favorevole a votare rapidamente a patto che venga approvato il bilancio e nel rispetto delle norme sulle autonomie locali».
Una manovra evidente per prendere tempo. D’altra parte, il Pd è stato colto completamente alla sprovvista dalla crisi dell’ex simbolo del buon governo rosso. A Bersani non fa comodo l’«election day»: lo sbandamento del partito e il profondo disorientamento della base potrebbero compromettere la rielezione a governatore di Vasco Errani. E dove trovare un candidato sindaco in quattro e quattr’otto? Tuttavia il Pd non poteva fare la figura di chi vuol commissariare Bologna per un anno e mezzo. Quindi ha preso tempo. Delbono ha obbedito e il suo addio è slittato di qualche giorno. Senza dimissioni, il governo non poteva intervenire. Così i tentennamenti hanno fatto saltare la possibilità di votare in due mesi.
Proseguono anche le indagini della procura di Bologna su Delbono e la sua ex fidanzata. Panorama in edicola oggi rivela che dal bancomat dato dal vicepresidente della Regione a Cinzia Cracchi (e avuto da un amico che aveva ottenuto appalti senza concorso da un ente legato alla Regione Emilia Romagna) sono stati prelevati 46mila euro. Delbono aveva detto che erano soldi suoi, un prestito di 10mila euro fatto all’amico; davanti al pm Morena Plazzi lui e lei avevano giustificato prelievi per 30mila euro. Gli inquirenti stanno verificando la reale provenienza di quel denaro.