Da Bolognini a Missiroli i film fantasma ritrovati

Le pellicole vanno dai drammatici anni ’40 della guerra a quelli dei ’60 della ricostruzione

La Mostra di Venezia è «d'arte cinematografica», ma in precedenti edizione vi sono rientrati W la foca!, western-spaghetti, poliziotteschi, ecc.. E solo ora la Mostra propone - nella retrospettiva Questi fantasmi. Cinema italiano ritrovato (1946-1975) curata da Tatti Sanguineti e Sergio Toffetti e in co-produzione con la Cineteca nazionale - i film belli e dimenticati. Opere che allora parevano notevoli, che oggi paiono ottime. La prova del tempo è uno dei più sicuri criteri di valutazione estetica.
Esempi? E' un'Italia anno zero quella che sopravvive fra case diroccate e infette - per via degli abitanti sepolti nelle macerie dai bombardamenti aerei - nel Cielo è rosso di Claudio Gora (1950). Lo sceneggiò fra gli altri Cesare Zavattini, a partire dal romanzo di Giuseppe Berto, che l'aveva scritto fra i reticolati, quand'era prigioniero - «non cooperatore», si noti - negli Stati Uniti. Ladro (Jacques Sernas), prostituta (Marina Berti), tisica inerme (Anna Maria Ferrero) e ingenuo (Mischa Auer jr.) sono la nuova umanità. Sopravivvrà una coppia ibrida, perché ormai l'onestà non basta. Il cielo è rosso è neorealista per linguaggio, anti-neorealista per significato. Non solo perché Gora e la Berti (sua moglie) avevano lavorato al Cinevillaggio di Venezia nel 1944-45, quando Rossellini girava Roma città aperta, ma perché sconfitta, occupazione e vergogna degli italiani sono connesse ai «liberatori». Come nella Pelle di Malaparte.
Era quello un cinema italiano ancora capace di sfumature. Ne era infatti spettatore chi aveva vissuto guerra e dopoguerra. Le ricostruzioni fasulle del periodo sarebbero venute dopo, quando al cinema andavano ormai generazioni ignare della realtà. E poi il cinema italiano di allora, per merito di Giulio Andreotti, combatteva - accanto a Pio XII, a politici e diplomatici - per salvare o recuperare terre perdute. Con gli inglesi la contesa fu aspra anche cinematograficamente. La città dolente di Mario Bonnard (1949) - altro film della rassegna - rappresenta i profughi dall'Istria, passata alla Jugoslavia. Uscì quando Trieste era Territorio libero, cioè avulso dalla madrepatria (lo sarebbe rimasto fino alla fine del 1954). Qui il richiamo patriottico è diretto, mentre è indiretto, eppur vigoroso, nel formidabile Grido della terra di Duilio Coletti. Ispirato al libro di Lewis Gittler, sceneggiato fra gli altri da Carlo Levi che racconta l'attentato terroristico contro i militari inglesi all'hotel King David di Gerusalemme. Otello Toso, Andrea Checchi, Vivi Gioi e ancora Marina Berti sono sionisti che allo spettatore italiano paiono soprattutto nemici dell'imperialismo britannico. Quello che opprimeva Trieste.
Risolti alla meno peggio i problemi di confine, l'Italia era meno presa dalle questioni collettive e più da quelle personali. La ragazza (Donatella Turri) della Cuccagna di Luciano Salce (1962) - film scritto fra gli altri da Alberto Bevilacqua e Goffredo Parise - crede di poter lavorare restando «onesta», ma dovrà scegliere, mentre il fidanzato idealista (Luigi Tenco) si rivelerà soprattutto un velleitario. Non ha dilemmi, né un fidanzato idealista un'altra ragazza (Stefania Sandrelli), quella della Bella di Lodi di Mario Missiroli (1963), dal romanzo di Alberto Arbasino: è ricca e libera; avendo tutto, però, s'annoia.
Del resto, avendo quasi niente, s'annoia nella solitudine peggiore, quella in compagnia, anche la prostituta romana di Franca Valeri in Parigi o cara di Vittorio Caprioli (1962), che raggiungerà appunto a Parigi il fratello omosessuale (Fiorenzo Fiorentini). E qui siamo non al bel film, ma al capolavoro, che per tematica la Rai-Tv ha lasciato dimenticare. Della censura morale e di quella che, da trent'anni, colpisce il bianco e nero, è stato invece vittima un altro capolavoro della retrospettiva, Agostino di Mauro Bolognini (1963), tratto dal romanzo di Alberto Moravia, dove affiorano tentazioni incestuose e insidie pedofiliche. Ingrid Thulin è la giovane vedova troppo amata dal figlio pre-pubere, a sua volta troppo amato da un pescatore-pedofilo proprio del Lido di Venezia.
Per il cinema italiano vale dunque quel che vale per grandi famiglie e patate: il meglio è sottoterra. Ma almeno retrospettiva veneziana e relativi dvd - della Medusa, della Ripley e della Minerva, alcuni dei quali, come La bella di Lodi, in commercio - riproporanno il bello. A chi lo riconosce.