Bolt è un Fenomeno: stravince 100 metri e fa il record con la scarpa slacciata

Il giamaicano straccia tutti decelerando e festeggiando prima del traguardo. Nuoto: <a href="/a.pic1?ID=283670" target="_blank"><strong>Alessia, la Pupona anti-Pellegrini argento negli 800</strong></a>. Scherma:<a href="/a.pic1?ID=283673" target="_blank"><strong> finale mancata per una stoccata</strong></a><strong> </strong>e il Dream Team la butta in rissa. Calcio:<a href="/a.pic1?ID=283862" target="_blank"><strong> l'Italia con un uomo in più finisce con una medaglia in meno</strong></a>

nostro inviato a Pechino

Quegli ultimi metri sono stati lo spettacolo. La dimensione di una grandezza inesplorata. Usain correva come corrono i bambini quando vogliono volare. Le braccia larghe a trovar sostegno nell’aria, la felicità della speranza disegnata sul viso. Novantamila persone senza fiato, un sospiro che voleva essere un urlo: Bolt cosa fai? Non capisci? Non fermarti. Corri più forte. Corri che è il tuo momento. Acchiappa l’attimo, fesso di un ragazzone immenso. Non lasciarlo sfuggire. E lui che ci diceva, e in tanti non capivamo: «Cosa mi importa del record? Io sto inseguendo la felicità. Voglio vincere. E sono qui davanti a tutti. Ho già vinto. Lo so. E allora comincio a festeggiare». Usain Bolt è sfrecciato in una delle notti più fantastiche che lo sport abbia concesso. L’aria umida di Pechino, il vento quieto fin a rasentare lo zero, lo hanno lasciato in pace. Come volessero aver rispetto del senso della storia.
Lo stadio del Nido d’uccello ha racchiuso nel suo guscio una fiaba e forse la leggenda. La fiaba di un ragazzo di 21 anni che ha corso come mai nessuno i cento metri, dopo avere passato l’infanzia nelle piantagioni di caffè e la giovinezza aggrappato al reggae della sua terra. La leggenda di un uomo dalle scarpe color oro, un siluro nero davanti al mondo, uno spettacolare atleta che ha costretto compagni di ventura al ruolo di anonime comparse: Asafa Powell in retrovia, soltanto quinto e terribilmente impotente. Tyson Gay addirittura perso per strada nelle semifinali, a dimostrazione che i suoi muscoli ancora non lo sorreggono. Gli altri, compagni di corsa meravigliosi: sei uomini sotto i dieci secondi. Richard Thompson, il diavolo di Trinidad e Tobago, ha corso in 9”89, un tempo per vincere. «Ma con Bolt - ha raccontato - non si poteva competere. Io stavo spingendo ancora e lui già si rilassava».
Usain si è regalato l’oro olimpico dando l’impressione di correre da solo, si è regalato il nuovo record del mondo con l’indifferenza di uno che si beve un caffè: 9”69, significa che in pochi mesi il suo motore ha stracciato il muro dei 9”70. «E qualcuno mi ha detto che potrei correre in 9”60». Previsione facile, com’era stata facile l’intuizione regalata nei turni precedenti: questo batte il record. Nella storia dei Giochi solo tre uomini hanno vinto la finale con primato: Jim Hines, Carl Lewis e Donovan Bailey. Nomi pesanti, ma il suo promette di pesar di più. L’annuncio in ogni gara di ieri, l’ultima conclusa con le scarpe slacciate e tirando il freno, decelerando agli 80 metri, eppur con tempi che altri neppur si sognano: 9”90, ieri mattina, 9”85 in semifinale. La straordinarietà di Bolt sta nel fisico, dimensioni da giocatore di basket, m. 1,96 per 86 kg. Ed infatti il basket, oltre al cricket, era una passione, non fosse per la scoliosi che è stata un problema, finché Usain non è finito nelle mani di Glenn Mills, l’allenatore che lo ha costruito come atleta.
Bolt si fa chiamare Flash, ma in quel soprannome c’era l’idea per diventare grande duecentista. Ora è il re dei 100 metri, eppure fin da domani inseguirà anche l’altra corona, e magari il mitico record di Michael Johnson. Questo, che già gli apparteneva, lo ha spinto alla danza della felicità, a quell’arrivo a mani basse che gli ha tolto centesimi. «L’ho fatto perché ai 50 metri sapevo di aver vinto, mi sono rilassato, non mi interessava quanto andavo veloce». Ha inscenato una festa a ritmo di reggae, come tutto fosse stato preparato, mentre lo stadio lo guardava attonito e ammirato. Tutti in piedi, passa un re. E lui, con il bandierone della Giamaica, apriva ancora le braccia come un Cristo in croce, ma gli occhi esprimevano il chiarore della soddisfazione. Eccolo con un cellulare fra le mani. Eppoi a raccontare che era il primo ministro. «Mi ha detto che sono un orgoglio per tutto il Paese». Gente con la velocità nel sangue, terra di sprinters. Dicevi Giamaica e, dopo aver conosciuto Don Quarry, ora pensavi a Powell. Bolt è sbucato da un paio d’anni, pigro e fragile nei muscoli. Con le idee chiare. «Preferivo la medaglia d’oro al record». A pranzo gli basta un hamburger, in pista si mangia tutti. È già immortale. Ed è nato per stupire ancora.