Bolt, un fulmine anche a parole: «Il mio doping è il pollo fritto»

Lo sprinter giamaicano risponde a Carl Lewis e a Rogge (Cio): «A Pechino sono stato controllato 4 volte. I balletti? Mi diverto così»

nostro inviato a Pechino
E venne il giorno delle buone azioni e delle cattive risposte. Usain Bolt, dopo aver tanto corso in pista a suon di record, ieri si è dedicato alle pubbliche relazioni. Senza dimenticare che doveva risposte a Jacques Rogge, presidente del Cio che l’ha bacchettato per il poco rispetto degli avversari in pista, e a Carl Lewis che ha messo in dubbio la pulizia dei velocisti giamaicani. Da qual pulpito...
Partiamo dalle buone azioni. In compagnia di mamma, papà e di Mkizicann Evans, fidanzata ufficiale, Bolt è andato a donare 50mila dollari alla Croce Rossa cinese per aiutare i bambini scampati al terremoto del Sichuan. Cerimonia piena di emozione nella quale il Superman giamaicano si è sciolto davanti a due bambini rimasti senza gli arti inferiori.
Quadretto di famiglia che ha fatto il giro del mondo e di Pechino, così come le parole della fidanzata. «Usain è un ragazzo d’oro», ha spiegato se qualcuno non lo avesse capito. «Molto generoso. Gli piace ballare e dormire, gioca a calcio e con i videogames». Gli piacerà anche la Bmw che uno sponsor gli donerà per il compleanno. Ma, a dimostrazione che Usain è un ragazzo d’oro, ma non fesso, ecco l’interessato sfruttar le occasioni per restituire a Rogge il dovuto circa quella stupida polemica sui comportamenti e tappar la lingua lunga di Carl Lewis. Soft con il presidente del Cio. «Correre è un lavoro che mi piace molto. Per questo, quando vinco, cerco di far divertire il pubblico. Non ho mai mancato di rispetto agli avversari e lo dimostra il fatto che ho ottimi rapporti con tutti. Ho una mia personalità e mi diverto. È il mio modo di essere e non lo cambierò. È forse un male divertirsi per quello che si fa?». Risposta in punta di piedi circa un argomento che ha colpito per inconsistenza. Rogge ieri se l’è presa anche con gli atleti belgi e, qualche giorno fa, aveva negato il permesso di lutto agli spagnoli. Segnali di preoccupante iperattivismo e spesso di segno opposto al buon senso. Salvo non ci sia sotto qualche altra ragione politica.
Molto più decisa la polemica con Lewis che ha provocato, ad arte, per ricordare che lui c’è e vigila. Dopo aver dimenticato di vigilare su se stesso e sullo sport americano. E forse, come tanti, ha sentito spifferi strani dopo quel caso di doping che, qualche mese fa, ha colpito uno staffettista giamaicano di seconda fascia. Quando il pissi pissi indicava personaggi di primo piano. Bolt escluso, che ieri ha risposto così. «Qui sono stato controllato quattro volte tra sangue e urina. Mi hanno sottoposto a test antidoping in ogni meeting. Noi andiamo forte perché ci alleniamo tanto e bene. In ogni caso chiunque mi voglia sottoporre a controllo è benvenuto». Ci manca il gesto dell’ombrello, e Lewis è servito.
Se poi qualcuno volesse sapere quali sono i limiti del fenomeno giamaicano («Intanto comincerò una dieta adatta ad un atleta, anche se continuerà a piacermi il pollo fritto»), l’interessato ha fornito l’indirizzo. Non facilmente raggiungibile. «I miei limiti li conosce solo Dio». Amen.