Bomba anarchica in Bocconi: caccia al basista milanese

Più che una probabilità quasi una certezza: la bomba alla Bocconi avrà un seguito, perché l’esplosione dell’altra notte segna l’inizio di una nuova «campagna». Orientata verso Centri di identificazione, senza escludere altri bersagli. «Colpiremo dove meno ve l’aspettate» ha annunciato la Federazione anarchica informale nella rivendicazione. Intanto le indagini ruotano attorno all’ipotesi che i bombaroli possano essere arrivati da fuori, potendo però contare su un basista in città.
Massima allerta per prevenire nuovi attacchi dunque, ma indagini serrate per individuare gli attentatori di via Sarfatti. Pochi i punti di riferimento. Le telecamere non sembra abbiano ripreso nulla né alla Bocconi né attorno al quotidiano «Libero» dove mercoledì è stata lasciata la rivendicazione. La stessa poi arrivata ieri per posta con timbro di Peschiera Borromeo del 15 dicembre. Gli investigatori stanno visionando i filmati nella speranza di individuare un volto noto. In attesa che le analisi scientifiche sui resti dell’ordigno possano fornire indicazioni sul materiale impiegato e isolare impronte digitali o tracce di Dna. Resta da capire se il «gruppo di fuoco» fosse milanese o se abbia colpito una cellula venuta da fuori. Che in ogni caso deve avere avuto almeno un basista in città. Una simile azione ha bisogno di appoggi logistici e conoscenza di strade e luoghi.
E mentre proseguono le indagini, Milano aspetta altri botti. Lo dice chiaramente il comunicato emesso dal prefettura l’altra mattina, in cui si annuncia l’innalzamento dei controlli su obiettivi sensibili e dell’attività di «intelligence». È infatti nella logica degli anarchici della Fai «dialogare» esclusivamente attraverso le azioni. La Fai del resto non è un’organizzazione strutturata, bensì una galassia di decine di microgruppi, composti da 3 o 4 individui, senza coordinamento. Parte il primo, attaccando banche, agenzie di lavoro interinale, carceri o caserme e gli altri seguono. Questa è la loro debolezza, il «livello di fuoco» rimarrà sempre piuttosto basso, ma anche la loro forza. Più il gruppo è piccolo più difficile è infiltrarlo, minori sono i rapporti tra le varie cellule, minore la possibilità di intercettarle. E in questi ultimi dieci anni effettivamente nessun attentatore è mai stato scoperto.
Ora nel mirino del Fai sono finiti i Centri di identificazione ed espulsione, quindi è facile prevedere attacchi ad altri Centri, per esempio in via Corelli a Milano, alle sedi della Croce rossa o alle cooperative che gestiscono queste strutture. Anche se quel «colpiremo dove meno ve l’aspettate» scritto nel volantino di rivendicazione per la bomba inviata al direttore del Cie di Gradisca e l’ordigno poi esploso alla Bocconi, lasciano intendere come la lista dei bersagli sia infinita. Quindi si va «a buon senso»: caserme di polizia, esercito e carabinieri, istituti di credito, multinazionali, «centri di sfruttamento e repressione del proletariato», ma anche monumenti e centri commerciali.