Bombassei: contratto rischioso e i privati non potranno imitarlo

Il vicepresidente di Confindustria: «Speriamo in una maggiore efficienza, altrimenti è solo uno spreco»

da Roma

«Trovati un posto in banca», ci ammonivano i nostri genitori. «Cercati un posto pubblico, perché si guadagna di più», diciamo adesso ai nostri figli. La svolta è incominciata, più o meno, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo Millennio. Ed è stata provocata non solo dalla baldanza dei sindacati nei confronti della controparte pubblica, ma anche dal meccanismo dell’accordo del ’93 sul costo del lavoro, evidentemente superato.
Il confronto fra le retribuzioni pubbliche e private pubblicato nel sito la voce.info è illuminante: se, infatti, fra le retribuzioni strettamente contrattuali la differenza è minima, nel campo delle retribuzioni di fatto si scopre che fra il 2001 e il 2006 si sono aperte differenze assai sensibili. Il pubblico impiego ha ottenuto aumenti medi annui del 4,7%, contro il 2,1% del settore agricolo.
Riepilogando, fra il 2001 e il 2006 l’incremento medio annuo delle retribuzioni di fatto è stato pari al 4,7% nel settore pubblico (circa il 24% complessivamente); si scende al 3% medio annuo nel settore industriale (15% circa in totale); si cala ancora al 2,4% nel settore dei servizi (meno del 10% nel quinquennio, e questo è davvero sorprendente visto lo sviluppo del terziario); si arriva infine al 2,1% di aumento retributivo medio anno nell’agricoltura, per un totale di circa l’8,5% nel periodo.
Per quanto riguarda invece gli aumenti contrattuali (vedi tabella Aran) le differenze sono assai ridotte, anche se permane un vantaggio nel settore pubblico. L’elevata differenza a favore del pubblico nelle retribuzioni di fatto viene attribuita dalla voce.info al maggior importo degli arretrati dovuti a causa della differenza fra inflazione programmata - che sta alla base degli aumenti salariali, secondo l’accordo del ’93 - e inflazione reale.
Nel primo lustro degli anni Duemila, la differenza fra inflazione programmata e reale è stata cospicua, e spiega in media l’1,8% di crescita annua delle retribuzioni pubbliche sotto forma di arretrati (l’84% del differenziale con il privato). Paradossalmente, i tempi lunghi della contrattazione nel settore pubblico favoriscono l’aumento delle retribuzioni, grazie ad arretrati e vacanza contrattuale.
La questione non riguarda soltanto gli aumenti di stipendio, ma che cosa il sindacato offre - in termini di produttività e flessibilità - in cambio di tali incrementi salariali. Secondo Benedetto Della Vedova, parlamentare dei Riformatori liberali, «il governo ha regalato quasi 4 miliardi di euro in cambio di nulla: nessuna riforma funzionale della macchina burocratica, a partire dalla mobilità e dalla flessibilità organizzativa; nessun legame fra aumenti salariali e maggiore produttività; nessuna politica del personale ma solo via libera a nuove sanatorie del personale precario».
Tutto questo, aggiunge Della Vedova, avviene in un settore in cui le retribuzioni sono cresciute del 24% nell’ultimo quinquennio. «Le promesse di aumenti salariali e stabilizzazione dei precari saranno una buona notizia per gli interessati, ma molto meno positiva per i contribuenti», commenta il sito Formiche, vicino al gruppo dei Volonterosi.