Bombe di celluloide

«Non esistono piccole guerre», dice il titolo scelto dalla Regione Lombardia e dalla Cineteca Italiana per l'insieme fra il convegno internazionale su «La Grande Guerra. Il fronte alpino, la società, memoria storica» (23 e 24 ottobre, auditorium Giorgio Gaber, piazza Duca d'Aosta 3/via Fabio Filzi 22) e la rassegna cinematografica connessa (Spazio Oberdan, via Vittorio Veneto 2, 29 ottobre-2 novembre). Si noti: sono tutte piazze e vie che si chiamano così per la Grande Guerra; si noti: le sale hanno i nomi di Oberdan, italianizzazione di Oberdank, e Gaber, italianizzazione di Gabershik.
Il tono del convegno sarà forse pacifista, quello della rassegna lo sarà certamente. Strano: si celebra la vittoria del 4 novembre 1918 deprecandola, mentre non si depreca la sconfitta del 1943, quell'8 settembre, che spiega in parte perché a Trieste c'è nostalgia dell'Imperial-regio governo e a Cortina d'Ampezzo c'è voglia di Süd-Tirol. Il pacifista ha diritto di esserlo, ma il suo apporto è più rispettabile prima delle guerre, non durante (valga il detto inglese: «Right or wrong, my Country - A ragione o a torto, la Patria») e tanto meno novant'anni dopo la loro fine. Dovrebbe essere ormai chiaro che l'Italia non poteva restare neutrale senza scontare poi la collera del vincitore, chiunque fosse stato. E poi la neutralità è il lusso di chi può fare a meno di alleati, come l'appartata e armata Svizzera. Non dell'Italia.
Quanto all'imperialista, se esiste ancora, dovrebbe capire che all'Italia la Grande Guerra non diede la Dalmazia, la Tunisia, né il Ciad e l'Etiopia; le diede il bramato compimento dell'unità nazionale. Poco? Molto, invece, quando Stati di ben più solida tradizione si frantumavano. Entrata nel conflitto quando era guardata dai vicini settentrionali come propaggine africana in Europa, l'Italia ne uscì Quarto Grande (oggi ce lo sogniamo, nonostante le partecipazioni alle spedizioni neocoloniali altrui).
La Grande Guerra resta comunque più argomento del convegno che della successiva rassegna cinematografica. Quest'ultima s'aprirà mercoledì 29 (ore 14.30) con «La Grande Guerra» di Mario Monicelli, film girato nel quarantennale della vittoria e uscito l'anno dopo, 1959, raccontando però una sconfitta (Caporetto); tacitamente «ispirato» a un racconto di Guy de Maupassant, ambientato durante la guerra franco-prussiana, questo film è stravisto, mentre ci sono da riscoprire tante pellicole sul tema.
Ma restiamo alla rassegna com'è. Al film di Monicelli segue, sempre mercoledì 29 (ore 17), «No Man's Land» (Terra di nessuno) di Danis Tanovic, sulla guerra in Bosnia del 1992-95; giovedì 30, «Kippur» di Amos Gitai (ore 14.30), sulla guerra israeliana del 1973; si torna alla Grande Guerra con «Orizzonti di gloria» di Stanley Kubrick (ore 16.45), sugli ammutinamenti del 1916 sul fronte francese, poi si passa alla fantascienza con La guerra dei mondi remix (ore 22), spettacolo teatrale con Gaetano Cappa, Sebastiano Di Gennaro, con voce narrante di Marco Drago: evoca la trasmissione radiofonica di Orson Welles del 30 ottobre 1938, che spaventò - negli Stati Uniti - chi prese questa recita radiofonica per una reale cronaca dell'invasione marziana; venerdì 31 ci saranno «Una lunga domenica di passione» di Jean-Pierre Jeunet (ore 14.30), sugli autolesionisti francesi del 1916 per viltà, e «Alexandra» di Aleksander Sokurov (ore 17), sulla guerra in Cecenia; sabato 1 novembre si passa al Libano col notevole «Sotto le bombe» di Philippe Aractingi (ore 17), mentre la Grande Guerra e il fronte italiano tornano domenica 2 novembre con «Il Piave mormorò» di Vico D'Incerti e Guido Guerrasio (ore 11) e con «La guerra in fronte» (ore 17), lettura scenica di Marco Balbi dei diari dello sceneggiatore Salvatore Montalbano, andato volontario a combattere e poi ricredutosi sull'efficienza del Regio Esercito, più che sull'esigenza di morire per la Patria. Non sarà «dulce e decorum», come dicevano i Romani, ma è sempre meglio che morire per la (auto)strada.