Bombe contro i turisti, strage sul Mar Rosso

Luciano Gulli

Stavolta non hanno aspettato che la stagione turistica arrivasse al suo culmine. Stavolta la pugnalata alla schiena di Mubarak l’«apostata» e di un Paese che trae gran parte delle sue risorse dall’incanto del Mar Rosso è arrivata all’inizio, quando la gran macchina del turismo (dimenticati a fatica gli attentati del luglio scorso a Sharm el Sheikh) si apprestava a decollare, i motori già al massimo dei giri. E già non c’è più un buco in albergo e nei villaggi della costa; e le cammellate nel deserto, e le gite in barca al parco marino di Ras Mohammed e nell'isola di Tiran, intorno a Sharm, son prenotate fino a tutto maggio.
Tre esplosioni a Dahab, la città d'«oro» (questo significa dahab in arabo) a metà strada fra Sharm el Sheikh e Taba. Tre bombe a tempo, o più verosimilmente comandate a distanza, contenute in tre sacchi neri della spazzatura piazzati in un supermercato, il «Ghazala», nel ristorante dell’hotel «El Mashrabya», e nel caffè Aladdin. Secondo le squadre di soccorritori, i morti sarebbero stati una trentina e 150 i feriti, mentre il ministero dell’interno ha prima parlato di soli 10 morti accertati per poi indicare la cifra ufficiale di ventitrè, venti egiziani e tre stranieri: un russo, uno svizzero e un bimbo tedesco. Sempre secondo il ministero i feriti invece sarebbero una sessantina.
A differenza di Sharm (25 luglio 2005: 90 morti, fra cui 6 italiani) e Taba (ottobre 2004, 2 ragazze piemontesi fra le 34 vittime) stavolta non ci sarebbero nostri connazionali fra i morti. Tra i primi a essere contattati dalla Farnesina, i componenti di un gruppo composto da due adulti e tre bambini (forse una famigliola) presente nella cittadina presa di mira che sarebbero rimasti illesi. Lo stesso ministero degli Esteri in serata ha comunicato che gli italiani feriti sono tre e tutti in modo lieve.
La scena che si è presentata ai soccorritori è quella di sempre. Colonne di fumo, gente che fuggiva terrorizzata scavalcando corpi smembrati e uomini che si trascinavano nel sangue invocando aiuto: il caos dei primi istanti, quando chi è vivo non ha tempo per i morti e gli amputati. Ovunque, all'intorno, lamiere contorte, calcinacci, auto in fiamme. Un'ora dopo gli attentati, la città è stata sigillata, nel tentativo di stanare gli assassini. Anche i turisti in partenza hanno dovuto disfare le valigie e rientrare in albergo.
Lo stato d'allerta è stato proclamato al valico di Taba, fra Israele ed Egitto. Fra i turisti presenti a Dahab, molti sono gli israeliani. Parecchi, tuttavia, avevano rinunciato alle previste vacanze nel Sinai accogliendo i suggerimenti dell'intelligence israeliana, che proprio all'inizio del mese avevano sconsigliato il Mar Rosso come meta delle vacanze pasquali dopo aver ricevuto qualche segnalazione secondo la quale si preparava qualcosa di grosso proprio contro i turisti israeliani. Analogo avvertimento era arrivato anche dagli 007 italiani all’inizio di febbraio.
L'obiettivo degli attentatori è quello di sempre: piegare il nemico Hosni Mubarak, sabotare la strategia della Casa Bianca in Medio Oriente, e colpire al cuore (attraverso la gallina dalle uova d'oro del turismo) gli alleati dell'Occidente nell'area: Egitto e Giordania in primis. Prima Taba, poi Sharm, ora Dahab, la mecca dei surfisti. Cittadina meno celebre delle altre due, ma proprio per questo più ricercata dai puristi delle immersioni e dello snorkeling, che al Mar Rosso e al deserto del Sinai chiedono solo le emozioni garantite dalle acque color turchese e dal rosso delle rocce che vi si specchiano, più che musica, vita notturna, clamore.
Manca ancora una rivendicazione, ma sulla «mano» che ha ordito e messo a punto gli attentati non ci sono dubbi. Come a Sharm, come a Taba, anche stavolta si punta ad assestare una mazzata alla principale risorsa economica del Paese, proiettando l'Egitto al primo posto nella funerea classifica dei posti più pericolosi del mondo per chi cerca solo svago e relax. Tre bombe per spaventare i turisti, per indurli a dirottare, e per punire Mubarak, il «tiranno egiziano» per il suo allineamento agli Usa e la sua «pace blasfema» con Israele. Ma anche un avvertimento, forse, al ruolo cui l'Egitto è chiamato nel complesso scacchiere aperto dal ritiro israeliano da Gaza. Perché è all'Egitto di Mubarak, il vecchio leader rieletto l'anno scorso per la quinta volta alla presidenza, che gli Stati Uniti chiedono di vigilare e di fare da controllore nella complessa partita che si sta giocando tra la vecchia guardia dell'Anp capeggiata dal presidente Abu Mazen e l'arrembante strapotere di Hamas.