Bombe in via Quaranta, la Procura indaga: «Attentato razzista»

Dietro l’esplosione non ci sarebbe un regolamento di conti interno. Spataro: «Occorre manifestare solidarietà alla comunità islamica»

La prima certezza è che «non si tratta di un regolamento di conti interno alla comunità islamica». La seconda, che l’attentato alla moschea di via Quaranta rappresenta «un atto di marca razzista e contrario al principio, costituzionalmente garantito, della libertà di culto». La terza, che è necessario «manifestare solidarietà alla comunità islamica di Milano, ripetutamente oggetto di simili azioni». L’indagine è solo all’inizio, ma l’intervento del procuratore aggiunto Armando Spataro - capo del pool antiterrorismo - è immediato. «Massimo impegno per individuare i responsabili».
L’inchiesta, affidata al sostituto procuratore Maurizio Romanelli - già titolare delle indagini sugli altri episodi che nel corso dei mesi hanno avuto come bersaglio la comunità islamica -, si incanala così sulla pista dell’intolleranza razziale. E se è ancora presto per stabilirne un’eventuale matrice politica - gli investigatori della Digos stanno concentrando l’attenzione sui materiali utilizzati per la costruzione dell’ordigno, definito di fattura artigianale, e sulla telefonata di rivendicazione giunta alla redazione del Giornale -, immediato è il richiamo alla solidarietà. Ieri, infatti, Spataro ha incontrato il portavoce della moschea, Abdel Hamid Shaari, invitato al quarto piano del palazzo di Giustizia. Un’occasione anche per assicurare la «massima determinazione» della polizia giudiziaria e della Procura a condurre indagini approfondite per individuare i responsabili.
«È stato un incontro gentile - ha detto in serata Shaari - in cui gli inquirenti ci hanno assicurato che stanno facendo tutto il possibile nell’ambito delle indagini sugli attentati contro i nostri centri». Mezz’ora di faccia a faccia durante la quale «ci hanno assicurato che faranno qualunque cosa per arrivare agli autori di questi delitti e noi abbiamo ribadito che non avevamo dubbi in merito. Sappiamo che si tratta di un lavoro sotterraneo, che richiede riservatezza».
Era stato lo stesso Shaari, già domenica, a parlare di un episodio figlio di «una campagna razzista e anti-islamica che a Milano, e non solo, va avanti da anni», invitando «le persone che cercano il dialogo e le organizzazioni democratiche alla solidarietà contro queste provocazioni continue alimentate solo dall’odio».