Le bombe uccidono 44 innocenti Il giallo del kamikaze sul pullman

Federica Artina

Quattro boati, quattro ferite al cuore di un Paese. Quattro esplosioni, e un intero continente che sprofonda nell’incubo. Il 7 luglio 2005 entrerà tra le pagine più nere delle storie di Londra, d’Europa e del mondo intero. La mano del terrorismo lascia sul campo 44 morti e 750 feriti, di cui una cinquantina in gravi condizioni. Decine e decine di innocenti vite spezzate dalla lucida follia calcolatrice di menti fanatiche e senza scrupoli. Sono le 8.51 di un giovedì come tanti a Londra, le 9.51 in Italia, e migliaia di impiegati si stanno dirigendo verso la City, il cuore finanziario della capitale britannica. Un’esplosione devasta un convoglio della metropolitana tra le stazioni di Liverpool Street e Aldgate East. Tra le 9.17 e le 9.47 altre tre esplosioni sconvolgeranno Londra. L’ultima squarcia un autobus della linea 30 nei pressi di Tavistock Place. È la prova che quelle esplosioni non erano state causate da un guasto, ma che i sospetti più atroci si trasformano in realtà: Londra è sotto attacco terroristico, colpita da quello che il sindaco londinese Ken Livingstone definirà un «assassinio di massa». Un piano di chirurgica crudeltà che colpisce la città nei suoi due simboli di vitalità: la «Tube», 645 chilometri di linea sotterranea che ogni giorno trasportano 3 milioni di passeggeri, e i tradizionali autobus rossi a due piani.
È quest’ultimo l’attacco che ferisce maggiormente: le prime fonti parlano infatti di un kamikaze che si sarebbe fatto esplodere a bordo dell’autobus. Nel pomeriggio arriva la smentita di Brian Paddick, alto funzionario di Scotland Yard: «Non vi sono indizi che facciano pensare alla presenza di kamikaze negli attentati avvenuti questa mattina». La polizia britannica ritiene infatti che l’ordigno esploso nei pressi di Russel Square fosse destinato anch’esso alla rete della metropolitana, e sia perciò deflagrato «in anticipo» rispetto ai piani dei terroristi. Tuttavia in serata la pista riprende quota, e i poliziotti ai microfoni delle tv evitano di escludere qualsiasi ipotesi. Anche il ministro degli Esteri italiano Gianfranco Fini - intervenendo a «Porta a porta» - ha sottolineato che «non si può escludere che siano stati usati dei kamikaze, ma una delle ipotesi è che l’autobus non fosse il vero obiettivo dell’attacco». È un terribile copione già visto: la mente rimanda subito alle bombe di Madrid e a quella stazione di Atocha gremita di pendolari.
Alle 14.03 Scotland Yard dirama la prima lista provvisoria delle vittime: si parla solo di feriti, che sarebbero 150 in tutto. Un paio d’ore più tardi la triste rettifica: i morti sono 33, e si trovavano tutti a bordo dei tre treni colpiti dalle esplosioni. Il bilancio si aggrava in serata: l’ultimo comunicato parla di 44 morti accertati e 750 feriti. Dalla Farnesina la notizia: due nostri connazionali sono rimasti feriti nelle esplosioni, ma le loro condizioni sono discrete e sono già stati dimessi dagli ospedali.
Londra è nel caos. Dai sotterranei iniziano a uscire i superstiti di quelli che la Polizia insiste nel definire «incidenti»: sono sotto choc e coperti di sangue. Poco dopo le 11 la polizia dei trasporti londinese conferma che sono state trovate tracce di esplosivo sui binari.
Verso sera Londra è una città frastornata e sotto choc che tenta di tornare a vivere. Gli autobus riprendono le loro corse, i turisti si riaffacciano sul Tamigi. Ma la polizia mantiene alto il livello di allerta: «Potrebbe non essere finita qui»; e in serata vengono infatti ritrovati due ordigni inesplosi. Gli investigatori hanno inoltre detto che parti di timer sono stati rinvenuti nei siti di alcuni attacchi. Entrambi i ritrovamenti sono giudicati importanti per ricostruire la matrice degli attentati: la polizia ritiene ora che tutti gli ordigni fatti esplodere siano stati azionati da congegni a tempo.