Da Bon Iver ai «vecchi» Elbow I prossimi divi sono trasversali

MBastasse solo questo. Altro che indie rock. O baroque pop o chiamatelo come volete. Gli Arcade Fire suonano il rock cui non si può dire di no: è una categoria nuova e trasversale. Piacciono a tutti, alla stampa, ai fan e persino ai colleghi, cosa rarissima. Perciò anche stasera, al Milano Jazzin’ Festival si prenderanno la loro abituale dose di oohh, ormai una garanzia a ogni latitudine che, diciamola tutta, è anche assai meritata. «In effetti siamo un bel po’ orgogliosi di tutti questi giudizi positivi» dice Will Butler che negli Arcade Fire ha il triplice ruolo di tastierista, cognato della polistrumentista Régine Chassagne e fratello di Win, che è il marito di Régine e cantante in capo. Un bell’intreccio. «Ce la caviamo perché non passiamo tutto il tempo nella stessa stanza, altrimenti volerebbero paroloni». Per fortuna gli altri quattro musicisti si limitano solo, si fa per dire, a suonare i loro strumenti, che sono comunque imprevedibili anzichenò per un gruppo che suona negli stadi o nelle arene: arpa, xilofono, violino e via andare. «Il nostro è rock, ma un nuovo tipo di rock. In fondo anche il punk oggi non è più com’era trent’anni fa: è un’altra cosa», spiega il triplice Will. La loro forza, a pensarci bene, è usare in modo nuovo una lingua vecchia. Sono irruenti ma non graffiano. Sono nostalgici ma non pallosi. Si capisce che hanno ascoltato di tutto, dai Talking Heads ai Genesis, metabolizzandolo per bene senza diventarne schiavi. «Più che schiavi, siamo solo un po’ selvaggi, ci divertiamo sul palco e anche in studio di registrazione». Ne hanno incisi tre, di album, e l’ultimo si intitola The Suburbs a ricordare le periferie californiane e texane «dove prima costruiscono la strada e poi costruiscono la città» (da Wasted hours) e dove sono cresciuti i fratelli Butler (la moglie cognata è invece di Haiti, però ora vivono tutti a Montreal e speriamo si fermino lì). Naturalmente The suburbs si è piazzato al primo posto in mezzo mondo e ha preso di diritto un Grammy Award nientemeno che come album dell’anno. «Ma sa che non ce lo aspettavamo proprio?». Bugia, innocente bugia. Gli Arcade Fire hanno un pedigree che vale la pensione. Intanto, quando non li conosceva quasi nessuno, gli U2 hanno piazzato la loro canzone Wake up come intro dei concerti del Vertigo Tour. «E noi eravamo emozionatissimi perché mai prima di allora così tanta gente aveva ascoltato la nostra musica». Poi Chris Martin dei Coldplay non si è trattenuto e ha dato un giudizio un tantino impegnativo: «Sono il più grande gruppo di sempre». Nientemeno. Però, se La7 ha usato nel 2008 la loro Rebellion come sigla di Otto e mezzo e Peter Gabriel l’anno scorso ha reinciso una loro canzone, My body is a cage, nel suo (inutile) album Scratch my back, insommma vuol dire che questa combriccola meticcia ha le idee chiare e le sa spiegare come si deve senza tirarsela troppo. Forse, e questo è il segreto, sono semplicemente umili e non importa che siano pure originali, questo è definitivamente diventato un optional. Insomma, non sono blindati a un solo genere musicale, subendone l’integralismo fino ad accecarsi. Anzi: ciascun brano è un punto di vista diverso e così accade che i loro concerti siano a tratti feroci come quelli dei punk nel ’77 oppure malinconici come fossero cantastorie della West Coast. «Il risultato - spiega Will - è che ormai in giro per il mondo tutto il pubblico canta i nostri ritornelli a memoria, anche se non ne capisce il significato perché abbiamo brani in inglese ma pure in francese». In poche parole, mescolano. E anche stasera il concerto (un euro per ogni biglietto venduto va in beneficenza a Partners in Health) prenderà un po’ qui e un po’ là perché «anche se Suburbs è quello che ci rappresenta meglio, comunque abbiamo tre dischi da rispettare e presentare». E lo faranno con il sorriso stampato sul volto perché il secondo segreto degli Arcade Fire è che non se la tirano (ancora) e i loro ego si spengono quando si spengono gli amplificatori, lasciando nella vita e sul palco quel buio che fa tornare con i piedi per terra.