Bonanni: "Cinismo indecente ora basta con i ministri tifosi"

Il segretario della Cisl: «Lo scalone non è questione di vita o di morte.<br />
Grave la voglia della sinistra di scavalcare le parti sociali. Gli aut aut
li pronunciano i politici, ministri dello stesso governo, persone che
spesso non sanno nulla di previdenza. Si è capovolta la logica&quot;

da Roma

«La Cisl non ha mai detto: o si fa così, o non ci stiamo. Gli aut aut li pronunciano i politici, ministri dello stesso governo, persone che spesso non sanno nulla di previdenza. Si è capovolta la logica». Il negoziato sulle pensioni dovrebbe riprendere la prossima settimana, dopo che Romano Prodi ha preso in mano il dossier più caldo dell’estate, e il segretario cislino Raffaele Bonanni si augura che finalmente il governo presenti al sindacato una proposta compiuta. «Vogliamo sgomberare il campo da questa storia dai contorni inquietanti - dice Bonanni - perché ci sono tante cose importanti da fare: prima di tutto dobbiamo pensare all’interesse generale, e all’interesse dei giovani. Nessuno vuole espropriare il Parlamento, però su materie come le pensioni tocca alle parti sociali decidere. Invece i politici hanno assunto una posizione cinica, ma intervenire su scalone o scalini non è compito loro».
Qual è, segretario, l’interesse generale in questa vicenda?
«Bene, parliamo di fatti. Quando porti l’indennità di disoccupazione dal 50% al 60% e copri i periodi di disoccupazione con contributi figurativi, aiuti moltissime persone ad aggiungere quattro-cinque anni di contribuzione nella vita lavorativa. Quando stabilisci la totalizzazione dei contributi (che significa sommare senza costi tutte le contribuzioni previdenziali, anche a istituti diversi), la contribuzione figurativa per gli atipici, le facilitazioni per il riscatto della laurea, i contributi nel secondo livello di contrattazione, fai gli interessi generali. Invece, qui tutti parlano a sproposito del totem: lo scalone».
Sì, lo scalone. Spesso da noi una definizione fortunata si trasforma in un tormentone. Invece lei, sullo scalone, è sempre parso un po’ tiepido.
«Non ne faccio certo una questione di vita o di morte. Fin dall’inizio ho tenuto un atteggiamento distaccato. I tifosi stanno altrove, fra i ministri dello stesso governo. Avevano giurato: quello che decidono i sindacati per noi va bene. Ora le cose sono cambiate: ognuno ha la sua soluzione, ballano sullo stomaco di milioni di persone, fanno promesse che non si possono mantenere, e ci tocca anche ascoltare chi vuole separare gli impiegati dagli operai (il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ndr): roba che era impronunciabile già negli anni Cinquanta! Io faccio il sindacalista, non l’imbonitore; tratto in nome delle persone e non mi affeziono alle ipotesi, anche se ho le mie idee. Non impongo aut aut, non lo facciano i politici. La Cisl non ha mai detto: o si fa così, o non ci stiamo. Invece sentiamo politici che dicono: o si fa così, o cade il governo. E spesso lo dicono persone che non sanno nulla di previdenza».
Avrà pure un’idea - non un aut aut - su che cosa fare in concreto.
«La mia opinione? Ci vuole un mix tra scalini, incentivi a restare al lavoro, e quote. Gli scalini assicurano la gradualità. Gli incentivi garantiscono la possibilità di scelta alle persone, che magari resterebbero al lavoro per guadagnarci qualcosa (al proposito, vorrei ricordare che l’età media di uscita dal lavoro in Italia è di 60 anni e quattro mesi, più dei francesi e due mesi in meno dei tedeschi), infine le quote perché sono flessibili. Per esempio, a quota 96 ci si può arrivare con 35 anni di contributi e 60 anni d’età, oppure con 37 anni di contributi e 58 d’età. Inoltre le quote sgombrano il campo dal rischio rappresentato dalle liste dei lavori usuranti. Sono le persone a scegliere, sulla base della loro vita lavorativa, delle loro esigenze».
Fin qui la Cisl. Ma le altre confederazioni come la pensano?
«La Cisl non sostiene tesi surreali, le altre organizzazioni non si discostano molto dalle nostre proposte. Tutti noi abbiamo l’interesse ad uscire finalmente da questa vicenda delle pensioni che va avanti da decenni. Siamo gli unici ad aver fatto le riforme, e ancora ci trasciniamo questa storia. Vorrei che ci dedicassimo ai giovani e ai precari, dobbiamo occuparci dei loro interessi. Invece noto, da parte dei politici, un atteggiamento che non esito a definire cinico».
Perché cinico, Bonanni?
«Si contendono scalone e scalini, ma non è compito loro. La scelta spetta alle parti sociali, che devono trovare una soluzione ragionevole e responsabile, perché i conti devono tornare. Ho paura degli esagitati, dei tifosi. Se Prodi non riesce a decidere, questa storia rischia di assumere contorni ancora più inquietanti. È già indecente che la maggioranza non trovi una soluzione, e ci si mettono anche i ministri a gareggiare fra di loro per sfilare la tela... incredibile! A sinistra c’è una voglia innata di scavalcare le parti sociali, ed è una cosa grave. Sanno solo far rampogne al sindacato, e senza distinguere fra le posizioni dell’uno e dell’altro».
Segretario, e se dopo le pensioni si aprisse un altro tormentone, la legge Biagi?
«La Cisl non vuole che si rovini un buon lavoro fatto. Per essere ancora più chiari: la Cisl non è disponibile ad alcuna modifica della legge Biagi».