Bonanni e il dopo Pezzotta «Così l’asse Cgil-Unione indebolisce i lavoratori»

Parla il successore designato al vertice Cisl: «Questa confusione tra le parti sociali e i politici non mi piace, le associazioni siamo equidistanti dagli schieramenti»

Antonio Signorini

da Roma

Un sindacato che decide di fare sempre opposizione a un governo, oppure di identificarsi con un programma elettorale, non fa l’interesse dei lavoratori. E rischia di rimanere bloccato. Il riferimento di Raffaele Bonanni al passato e al presente della Cgil è chiaro. Il sindacalista, designato come il successore di Savino Pezzotta alla guida della Cisl, aveva chiesto al segretario della confederazione di sinistra Guglielmo Epifani uno sforzo riformatore. E ora si dice deluso.
Non le sembra che con il congresso della Cgil e la replica di Silvio Berlusconi a Luca Cordero di Montezemolo le forze sociali siano entrate a pieno titolo nella campagna elettorale?
«A me non piace questa confusione. Tra i lavoratori rappresentati dai sindacati e anche tra gli imprenditori iscritti alle loro associazioni ci sono persone di tutte le tendenze politiche. E a noi delegano solo la rappresentanza di interessi concreti. Per questo le forze politiche, di una parte e dell’altra, non ci devono tirare per la giacca. A noi, forze sociali, spetta di non essere né troppo vicine né troppo lontane dalla politica».
E come si fa a mantenere questo equilibrio?
«Non si può essere né il guardiano di un programma politico né tantomeno il fustigatore di uno schieramento politico. Prima ho detto che la politica farebbe bene a non tirare per la giacca le associazioni. Ecco, anche le associazioni, sia dei lavoratori sia quelle imprenditoriali, non dovrebbero nemmeno dare l’impressione di stare al seguito di qualcuno, né di avere governi nemici. Chi lo fa indebolisce la sua funzione e non fa l’interesse dei suoi rappresentati».
È un riferimento all’ultimo congresso della Cgil e alla «sintonia» con l’Unione?
«Io ho giudicato negativamente il congresso della Cgil. Non tanto per le cose che hanno detto. Io so come la pensano. Però mi ha stupito la forza che hanno messo nel sottolineare certe posizioni e ho avuto l’impressione che abbiano dato un segno di vicinanza troppo forte a uno schieramento, fino a identificarsi con il suo programma. Ma cosa faranno se dovessero vincere gli altri?»
Hanno detto che non cambierebbero niente...
«Fare opposizione a tutto significa restare immobili. Fare gli interessi di un programma politico più che dei lavoratori. In questo modo non si risolve niente. Bisogna che sia chiaro che il paese curerà i suoi mali, come la crescita zero e i bassi consumi, solo con la collaborazione di tutti: maggioranza, opposizione, sindacati e imprenditori. Come in Germania».
Di chi è la colpa dei mali italiani?
«È da una decina di anni che lo sviluppo del paese non è stato più sostenuto. Abbiamo perso tempo su tutto, anche per colpa degli imprenditori più grandi che, invece di investire sull’innovazione di processo e di prodotto, si sono messi d’accordo con la politica e con le banche per comprare imprese pubbliche. Siamo passati da monopoli pubblici a monopoli privati, con il risultato che i servizi non sono migliorati e le tariffe continuano ad aumentare. Sarebbe interessante sapere cose ne pensano i due poli di questo. Di quale ricetta propongono per la creazione di una vero libero mercato. La mia organizzazione sostiene da tempo che questi sono i mali da curare, in un quadro di giustizia sociale. Serve una rivoluzione liberale e lo dico da sindacalista... ».
La Cisl ha sempre sostenuto una riforma dei contratti che rafforzi le intese a livello locale o di azienda. La Uil sembra aver rinunciato per l’opposizione della Cgil. Voi non gettate la spugna?
«Rafforzare il secondo livello di contrattazione significa rafforzare le aziende e permettergli di creare ricchezza da redistribuire ai lavoratori. La durezza dell’opposizione della Cgil è incomprensibile, anche perché venti giorni fa hanno siglato l’accordo per gli artigiani che va in questa direzione. Io credo che si siano impegnati troppo su una posizione che non riusciranno a difendere a lungo. In Italia tutti, a parte la Cgil, sono convinti della necessità di una riforma. Noi pensiamo che si debba cominciare a parlare di questo tema nei posti di lavoro».
La Cgil insiste anche a volere la legge sulla rappresentanza sindacale che voi osteggiate...
«Non capisco questa insistenza e non capisco perché un argomento così delicato debba essere affidato alla politica e non possa essere affrontato direttamente dalle parti sociali».
Una parte della politica ha mostrato di volersene occupare: nel programma dell’Unione c’è un riferimento esplicito alla legge che regoli la vita del sindacato...
«È un riferimento ambiguo. Si parla di legge a sostegno. Per me questo significa che prima le parti trovano un accordo e poi la politica, se vorrà, potrà trasformare l’accordo in legge».