Bonanni, sì alla settimana corta in azienda «Se la facciamo, si esce più forti dalla crisi»

Roma«La settimana corta è da fare assolutamente: se azzecchiamo adesso le politiche anticrisi, ne possiamo uscire prima e meglio degli altri Paesi». Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, apprezza l’apertura di Silvio Berlusconi sulla possibilità di ridurre la settimana lavorativa per evitare la chiusura degli impianti, sul modello tedesco. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ci sta lavorando, con l’obiettivo di ridurre al massimo i periodi in cui i lavoratori staranno a casa.
Secondo Bonanni, non si devono alimentare tensioni fra chi subisce diversi trattamenti, fra lavoratori che stanno dentro e lavoratori che stanno fuori dall’azienda; in secondo luogo, «non bisogna disperdere le abilità, le conoscenze e le qualità dei dipendenti»; infine, bisogna evitare l’assistenzialismo. «Tutto spinge perciò per la soluzione della settimana corta, con l’obiettivo di scavalcare questo terribile 2009, e prepararsi al ritorno alla normalità», osserva Bonanni.
La settimana corta alla tedesca prevede un intervento dello Stato, che fornisce il 60-70% della differenza retributiva fra orario pieno e orario ridotto. I gruppi Daimler e Opel sono pronti a metterla in atto. Non è casuale che il modello di orario corto anti-crisi sia quello tedesco, il solo grande Paese europeo con l’Italia che dispone ancora di un importante settore manifatturiero. Per chi ha delocalizzato troppo, in questi anni, la ricetta non serve. La proposta della Cisl è di trovare un accordo-quadro a Roma, poi si potranno fare intese aziendali, di settore, di distretto, per applicare la settimana corta. «Non sarà facile, né per i sindacati né per le imprese, rinunciare agli automatismi della cassa integrazione - aggiunge il segretario cislino - ma non vogliamo perdere professionalità, soprattutto nelle piccole e medie imprese».
La soluzione della settimana corta di tre o quattro giorni lavorativi ha un costo, e sarà necessario vedere se e quanto il governo potrà intervenire. Non mancano poi perplessità di altri sindacati, come la Cgil, che chiede di includere i precari che dispongono di scarsissime tutele. E Giuliano Cazzola (Pdl), vicepresidente della commissione Lavoro della Camera, chiede che, a fronte del sostegno all’industria automobilistica, si modifichino i contratti di lavoro e si riducano le «prebende dei manager».