Boncompagni lo difende: "Mi è piaciuto molto solo ingenuità veniali"

Il regista va controcorrente: "Non mi sono annoiato neanche un minuto, la brutta tv è un’altra"

Milano - Non si può dire sia un conformista. Caso mai, Gianni Boncompagni ha la vocazione del bastian contrario e il gusto dell’eresia. Anche stavolta è puntuale col ruolo: l’intramontabile Pierino della televisione a larga tiratura si sente in dovere di fare il difensore d’ufficio. Eccolo in presa diretta, scudo umano volontario per proteggere Celentano dai siluri delle stroncature. Con qualche se, con qualche ma.

Boncompagni, allora: parliamo di Celentano?
«Parliamo di Celentano».

Ha visto il programma?
«Certo che l’ho visto. Altrimenti come ne parlo?».

Chiedo scusa, la domanda sembra idiota. Ma questo è pur sempre il Paese in cui un ministro (Mastella), vuole chiudere una fiction all’ultima puntata (Il capo dei capi), premettendo pubblicamente di non averla mai vista...
«Io ho visto Celentano e ho gradito».

Ma va?
«Ce ne fossero altri, di programmi così».

Dia subito un voto: da uno a dieci?
«Dieci».

Da quando è così largo di manica?
«Signori, cerchiamo di capirci. Nessuno è perfetto. Qualche volta sembra confondersi persino il Padreterno. Figuriamoci Celentano».

Cosa l’ha tanto colpita?
«L’idea generale. L’armonia d’insieme. Certo, se poi vogliamo trovare il pelo nell’uovo...».

Troviamolo.
«Ma sì, quando fa il predicatore è chiaramente un po’ ingenuo. Però è il personaggio. Alla fine questa sua ingenuità gliela passo».

Non si può dire che il ritmo fosse incalzante e serrato.
«Non mi sono annoiato nemmeno un minuto».

Nemmeno nello sketch con gli amici in bagno?
«Certo, non si può dire mi sia ammazzato dal ridere. Ma sono piccole cose, veniali. È normale, quando da una vita prevale la logica goliardica della setta, o del clan. Chiama i suoi amici, si divertono, noi li stiamo a guardare. È uno scotto che dobbiamo pagare».

Scusi l’insolenza: ma non è che lei sia per caso un celentaniano fazioso, magari pure iscritto al clan?
«No. Non sono un suo tifoso. Ma stavolta ha fatto una cosa bella. E comunque...».

E comunque?
«E comunque, se cominciamo a scartare il suo programma dell’altra sera, voglio vedere cosa resta della nostra televisione. Ormai siamo fermi alle vite in diretta e ai reality, mi pare. Vivaddio, ben venga allora una ventata di freschezza. Vediamoci le immagini della Birmania».

E del Celentano cantante?
«Non sono un patito del genere. Ma questo disco è strepitoso. Io non compro dischi dalla guerra del ’15-18, ma stamattina sono andato in negozio per prenderlo. Stranamente, non c’era».

Una curiosità: l’ha notata anche lei una certa somiglianza col suo programma Bombay? Come ambientazione e atmosfera, almeno.
«Mi hanno chiamato in tanti. Ma è casuale. Non penso minimamente che mi abbia copiato. Magari, mi copiassero...».

Ma nella speciale classifica dei programmi di Celentano, questo dove lo piazza?
«È il primo».

Bum.
«Io non mi stuferei di vederlo più spesso in televisione. Ma lui è bravo anche nel dosaggio».

Celentano santo subito.
«Sono rimasti pochi, i talenti naturali».

Però è anche l’unico che può disporre a proprio piacimento, quando vuole, della maggiore rete pubblica italiana. Più del presidente Napolitano, più dello stesso Papa.
«Guardi, non mi scandalizzo. Anzi, sa che le dico? Un’altra dimostrazione di quant’è bravo Celentano. Certamente più bravo di quelli che glielo lasciano fare».