Bondi: Berlusconi sul Colle? Non credo lo voglia

Il ministro dei Beni culturali: "Berlusconi al Colle? Non credo sia
un epilogo che desidera. Ora comunque pensa solo al governo". Sul rapporto coi figli: "Incoraggiarli sulla nostra stessa
strada è legittimo, ma disdicevole"

Roma - Ministro Bondi, c’è chi dissente sull’allarme che ha lanciato sul disagio dei bambini dinanzi alle notizie catastrofiche diffuse dai tg.

L’accusano pure di censura. Cosa risponde?
«Credo di avere posto una questione reale e seria. Non a caso tutti coloro che sono intervenuti nel dibattito hanno riconosciuto l’esistenza di un problema culturale riguardante la forma ed i contenuti dell’informazione televisiva in generale, non soltanto quella attinente ai telegiornali».

C’è pure chi, come Maria Giovanna Maglie, afferma su «il Giornale» che non spetta ai notiziari il compito di «filtrare ed edulcorare la realtà», invitando i genitori ad assumersi la «responsabilità dell’educazione» e lei a spostare l’attenzione sull’intrattenimento «scosciato».
«Condivido interamente le sue intelligenti osservazioni e osservo che le sue critiche all’informazione televisiva sono ancora più puntute e impietose delle mie. Forse la mia presa di posizione può essere sembrata parziale e unilaterale, e forse lo era. Sono assolutamente cosciente che il problema riguarda l’intero sistema dell’informazione e richiede soluzioni coerenti e complessive. Penso anch’io che l’informazione non possa nascondere la realtà, anche quella più cruda e spiacevole. Resto tuttavia dell’opinione che le modalità e le forme di questa informazione, soprattutto in certe fasce orario disciplinate da un codice di autoregolamentazione, spesso non rispettato, dovrebbero rifuggire una sorta di compiacimento per l’orrore e per la violenza».

Capitolo scuola. Come giudica la proposta di liberalizzare il settore pubblico? Provocazione o strada percorribile?
«Si tratta di una provocazione, che però segnala una condizione al limite del collasso della scuola italiana. Da qui, tuttavia, è partita la coraggiosa iniziativa del ministro Gelmini, che deve essere sostenuta e incoraggiata da tutti. Questa situazione danneggia innanzitutto i figli delle classi sociali meno abbienti, e mi aspetto perciò che la sinistra partecipi e contribuisca al progetto di rinnovamento».

Come inquadra la vicenda di Cristiano Di Pietro, che lascia l’Idv guidata dal papà Antonio? Cosa avrebbe consigliato al suo, di figlio, se fosse stato chiamato in causa da un’indagine giudiziaria?

«Innanzitutto, considero certamente legittimo ma disdicevole incoraggiare la carriera politica dei figli di esponenti politici. Personalmente non sarei felice di un impegno politico di mio figlio. Preferirei che fosse attratto da un lavoro artistico, oppure da una qualsiasi altra carriera professionale».

Nella sinistra, soprattutto nel Pd, è esplosa da settimane la questione morale. Le dispiace un po’, visti i suoi passati trascorsi nel Pci di Enrico Berlinguer?

«La cosiddetta questione morale fu posta da Berlinguer per evitare di fare i conti con la storia del comunismo italiano e per tentare di imboccare l’ennesima scorciatoia al potere. Ricordo che allora uno dei pochi esponenti del Pci a porre in discussione la sua linea fu Giorgio Napolitano, per il quale essa poteva diventare un alibi per non affrontare una coraggiosa scelta di rinnovamento del partito. È paradossale inoltre che Berlinguer la giustificasse parlando dell’intreccio perverso tra il potere dei partiti e la loro occupazione delle istituzioni e dello Stato, tralasciando di considerare che l'intreccio più stretto e totalizzante tra la funzione dei partiti e lo Stato era avvenuto ad opera del Pci nelle regioni rosse del centro Italia e a livello nazionale con il consociativismo, cioè la gestione del potere in connubio con la Dc».

Problema antico ma questione sempre attuale?

«La questione morale e l’uso della giustizia sono stati due gravi errori che hanno impedito agli eredi del Pci di diventare, attraverso un profondo rinnovamento e scelte davvero coraggiose, un moderno partito riformista europeo. Oggi questi errori li stanno pagando fino in fondo, senza avere una bussola di orientamento culturale capace di aiutarli a trovare la strada giusta».

Non crede che bisognerebbe rivedere anche gli statuti interni dei partiti, per evitare che i cittadini voltino sempre di più le spalle alla politica?
«In un partito politico serio, democratico, si sa perfettamente chi è in odore di corruzione o chi è sospettabile di comportamenti discutibili nell’amministrazione della cosa pubblica. Da questo punto di vista sono d'accordo con Luciano Violante, quando ricorda che l’accertamento delle responsabilità giudiziarie non può sostituire un codice morale della classe politica».

L’anno appena iniziato potrebbe rappresentare la svolta sul fronte riforme. Ma al di là degli intenti dichiarati, nessuno può dirsi certo che il dialogo tra maggioranza e opposizione vada davvero a buon fine. Chi dovrebbe fare un passo avanti?
«Oggi si è imposta la cultura del fare, cioè l’azione tesa al raggiungimento di obiettivi che non aspettano i tempi del dialogo e delle discussioni politiche. Un governo ha delle responsabilità verso il Paese e i suoi elettori, e deve giustamente avere a cuore e promuovere anche un clima politico nuovo, fondato su un confronto costruttivo. Ma deve soprattutto badare al conseguimento dei risultati che l’Italia attende. È l’opposizione, perciò, che deve dimostrare di essere all'altezza delle proprie responsabilità e delle necessità del Paese, con scelte coraggiose e coerenti».

Federalismo, riforma della giustizia, presidenzialismo. Secondo lei, cosa è davvero prioritario per il Paese?

«Il federalismo, la riforma della giustizia, la riforma della scuola, le misure annunciate dagli ottimi ministri Brunetta e Sacconi sulla pubblica amministrazione e sul mercato del lavoro, costituiscono i banchi di prova principali della capacità riformatrice di questo governo. Un governo che vive uno stato di grazia, soprattutto perché Berlusconi ha saputo mettere le persone giuste al posto giusto».

A proposito di presidenzialismo, Berlusconi al Colle è un’ipotesi peregrina, possibile o addirittura auspicabile?

«Non credo che questo sia un pensiero sul quale si concentri il presidente del Consiglio. Berlusconi è giunto ad una fase nuova e importante della sua vita. Lo trovo sereno, con uno sguardo diverso sulla vita e sui propri doveri, concentrato sull’impegno volto a restituire credibilità e autorevolezza all’Italia sullo scenario internazionale e a completare le riforme necessarie per modernizzarla. Quello che verrà dopo non si può predeterminare, anche perché è legato ad una serie di elementi tali da far pensare ad un destino personale, piuttosto che ad un epilogo desiderato».

A marzo, se la road-map verrà rispettata, nascerà il Pdl. Da ex coordinatore di Forza Italia, le dispiacerà un po’ non avere incarichi diretti di partito?

«In questi ultimi quattordici anni ho vissuto esperienze politiche straordinarie. Il momento più difficile e drammatico per me è stato, dal punto di vista umano ancor più che politico, nel 2006, dopo la sconfitta elettorale per 24mila voti in meno alla Camera. Il momento più bello è stato il successo nel 2008. Questo è l’obiettivo che più mi stava a cuore. Ora non ho più grandi ambizioni politiche, se non quella di poter continuare ad offrire il contributo della mia sensibilità personale».

Sul fronte alleanze, si deve davvero continuare nel tentativo di far entrare l’Udc nel Pdl?

«È molto difficile, perché l’Udc è un partito con la testa rivolta indietro e con una forte presunzione che non trova corrispondenza nella realtà».