Bondi in carcere dalla Gariboldi: «Caso abnorme»

«Una detenzione il cui abnorme prolungamento non appare giustificato da esigenze processuali»: è il comunicato che Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali e coordinatore nazionale del Pdl, rilascia ieri sera dopo avere visitato in carcere Rossana Gariboldi, l’ex assessore alla Provincia di Pavia e moglie del parlamentare Pdl Gian Carlo Abelli, arrestata un mese fa per lo scandalo Santa Giulia.
Bondi, grazie ai diritti di accesso alle carceri che la legge garantisce a tutti i parlamentari, bussa ieri al portone di piazza Filangieri e chiede di essere accompagnato dalle guardie alla cella del raggio femminile dove si trova rinchiusa la Gariboldi. Accanto a lui, Gian Carlo Abelli, il marito dell’indagata, anche lui deputato. Superano i primi tre cancelli, svoltano a destra nel corridoio che porta verso il «femminile». E si trovano davanti alla donna.
L’impatto emotivo, racconterà più tardi Bondi, è forte. Rossana Gariboldi è in cella da oltre un mese. Dopo essere stata interrogata ha chiesto al suo giudice di poter tornare a casa, ma le è stato rifiutato. Ha fatto ricorso al tribunale del Riesame, che non solo ha respinto la sua istanza ma le ha anche appesantito le accuse, affermando che farebbe parte di una ragnatela affaristico-politica che in Lombardia gestirebbe il business delle discariche. Il suo difensore, Ennio Amodio, che pure in vita sua ne ha viste tante, è insorto, accusando la Procura di tenere in carcere la Gariboldi utilizzando il «metodo Tonino» (dal soprannome di Antonio Di Pietro, fondatore del pool Mani pulite): carcere utilizzato per costringere a collaborare con gli inquirenti.
Nei giorni scorsi alla cella della Gariboldi avevano bussato in altri: l’ex sindaco Gabriele Albertini, oggi eurodeputato, l’altro eurodeputato Mario Mauro, la consigliera regionale Antonella Maiolo. Ma è chiaro che la visita di Bondi segna un salto di qualità nella mobilitazione del Pdl accanto alla arrestata. Di fronte, il ministro si trova una donna provata, sull’orlo della rottura. «Sandro - gli dice - io negli anni Settanta ho perso una figlia in un incidente stradale, è stata una cosa terribile. Eppure sono riuscita a elaborare quel dolore meglio di quanto riesco oggi ad affrontare quello che mi sta succedendo». Al ministro, la Gariboldi ribadisce di non sapere nulla di quello che i magistrati vorrebbero sapere da lei, «quello che sapevo l’ho già detto tutto». Sono frasi che convincono il ministro della necessità di un intervento pubblico. E il comunicato che Bondi rilascia ieri pomeriggio è - nella sua stringatezza - un nuovo pesante attacco alla linea della Procura.
Tradotto, significa che secondo Bondi la Procura tiene in carcere l’indagata non perché possa fuggire, o inquinare le prove, o tornare a delinquere, ma per altri motivi. Per costringerla a parlare, anche se lei giura di non avere più nessuna rivelazione da fare. Ma è chiaro che in Bondi - come in tutto il Pdl lombardo - c’è il forte timore che l’inchiesta Santa Giulia possa condizionare la campagna elettorale per il rinnovo del consiglio regionale e il voto della prossima primavera.
Come è noto, le indagini della Procura puntano in questa fase a fare luce soprattutto sui rapporti tra la Gariboldi e Massimo Ponzoni, assessore regionale all’Ambiente, che nel luglio scorso portò in Giunta la delibera che dava l’okay finale alla più imponente tra le operazioni di bonifica sotto indagine, quella della ex area Sisas di Pioltello. Ponzoni e la Gariboldi sono soci in alcune operazioni immobiliari. L’arrestata nega un qualunque legame con il business delle discariche. Ma i pm non ritengono che ci siano le condizioni per liberarla. Lo stesso, secondo la Procura, vale per il principale indagato della vicenda, Giuseppe Grossi. Ma Grossi la settimana prossima potrebbe lasciare il carcere per motivi di salute, se il gip d’Arcangelo accoglierà l’istanza dei suoi difensori corroborata da una perizia d’ufficio sullo stato fisico dell’indagato.