Bondi: "Io esautorato". È scontro nel governo per la scure sulle spese

La Finanziaria manda in fibrillazione la maggioranza. Berlusconi su
Tremonti: "Poteva evitare le tensioni..."

Roma - È più di un «mal di pancia», senza voler sminuire la diagnosi di Renato Brunetta, il malessere politico-intestinale che fiacca la maggioranza. Alle prese, seppur con previsioni ottimistiche, anche con il temporaneo congelamento della manovra chiesto dal Colle, in attesa che vengano chiariti alcuni rilievi giuridici. E allora: tagli sì, ma in quale direzione? È questo il dilemma che continua ad animare lo scontro interno. Tra chi si è intestato contro tutti un provvedimento senza sconti, cioè Giulio Tremonti. Tra chi lavora a riequilibrarne gli effetti, ovvero Gianni Letta, mandato in avanscoperta da Silvio Berlusconi, che sulla gestione conflittuale portata avanti dal titolare del Tesoro si sarebbe sfogato così in privato: «Si poteva evitare, sarebbe bastato un pizzico d’attenzione in più, ma alla fine dei conti non è grave». E tra chi dovrebbe subire la mannaia senza fiatare. Dovrebbe. Ma se ad alzare la voce è adesso il tendenzialmente mite Sandro Bondi - mentre il premier trascorre la domenica a Villa Certosa insieme a figli e nipotini, lasciando che a sbrogliare la matassa ci pensi chi ha messo il cappello sul decreto - vuol dire che il livello d’allerta è parecchio alto.

Non ci sta infatti il ministro per i Beni culturali a farsi sfilare quegli enti che «non possono in nessun modo essere considerati lussi». Così, un conto è la «totale sintonia» con chi detiene i cordoni della borsa «sulle motivazioni» che stanno alla base della manovra, viste le oggettive «difficoltà in cui si muove il Paese» e che portano alla soppressione di alcuni istituti inseriti nella black-list, un altro, però, è far chiudere i battenti al «Centro sperimentale di cinematografia, alla Triennale di Milano e al Vittoriale». Per capirci, «avrei voluto decidere insieme e il ministero non doveva essere esautorato», denuncia Bondi. Pronto a lavorare per capire quali enti sono «eccellenze» e quali «inutili», ma con una linea guida: «La scelta va fatta insieme».
Questione non di poco conto, su cui interviene Osvaldo Napoli, con «realismo e non cerchiobottismo». Già, «Bondi ha ragione, ma soltanto perché Tremonti non ha torto». Ovvero? «È il paradosso di questa come di qualsiasi altra manovra economica costruita intorno al principio: niente tasse, ma solo tagli. Il saldo della manovra è di 24,9 miliardi e la credibilità dell’Italia e del suo governo si gioca tutta all’interno di questo perimetro». Detto questo, «in Parlamento discuteremo, come è giusto che sia, su singoli aspetti per limare o cesellare questa o quella voce».

Se ne vedranno delle belle, anche se il titolare alla Funzione pubblica assicura: «Saranno i ministri competenti a decidere come, dove e quando tagliare». In ogni caso, rimarca Brunetta, «la manovra ha rafforzato la nostra credibilità». Così come «certamente ci sono molti problemi e mal di pancia», ma «il quadro macro è corretto, puntando su tagli strutturali, lotta all’evasione e blocco della cattiva spesa corrente. Su questo punto c’è condivisione. Poi, ovviamente, cominciano i distinguo interni e che devono essere giustamente valutati».

Distinguo su cui ha buon gioco ad infilarsi il finiano Italo Bocchino: se un esponente di rango come Bondi «dice di non aver saputo e di non condividere i tagli alla Cultura, significa che c’è qualcosa di serio che non va». E se «da un lato è impensabile tagliare risorse al bene più prezioso del nostro Paese, risorse che si potrebbero recuperare abolendo cose inutili e non strategiche come il Pra, l’agenzia dei segretari comunali o l’Unire, dall’altro è grave che il coordinatore del primo partito della maggioranza, nonché ministro, non fosse stato avvertito e consultato». Insomma, «siamo dinanzi all’ennesima prova della necessità di una maggiore collegialità nelle scelte politiche del Popolo della libertà». Collegialità, guarda caso il paletto politico numero uno su cui batte da tempo il presidente della Camera. Dove la minoranza interna pidiellina, guidata proprio dall’ex leader di An, farà di certo sentire la propria voce per limare ulteriormente un testo che rischia di venire stravolto parecchio.

Maggioranza in fibrillazione pure a giugno. Nonostante Maurizio Gasparri, da Palazzo Madama, provi a rasserenare un po’ il clima: «È ovvio che una manovra di questa complessità richieda poi approfondimenti su questo e quel singolo punto, che si avranno anche in sede di discussione parlamentare», dove «ci auguriamo che ci sia un’ampia condivisione rispetto a scelte che riguardano l’intera Europa». Come dire, «andiamo avanti con convinzione, consapevoli che tutte le istituzioni, anche la Presidenza della Repubblica - prosegue il capogruppo del Pdl al Senato - hanno dato chiare indicazioni nei giorni scorsi affinché l’Italia intera faccia la sua parte in questo momento così importante».