Bondi lascia, il Pdl si interroga: "Facciamo le primarie anche noi"

L'ex ministro non è più coordinatore. Da Frattini a Meloni prende corpo l'idea di rifare il partito "dal basso"

Roma - «Calma e sangue freddo. Non si fanno rivoluzioni in un giorno», dicono alcuni. «Serve il colpo di frusta, il cambio di passo, bisogna ribaltare il partito» ribattono gli altri. È il giorno del disorientamento e della confusione dentro il Pdl, dei malumori a lungo sopiti che escono allo scoperto, degli interrogativi che rimbalzano senza trovare risposta. Mano a mano che la disfatta elettorale di Milano e Napoli prende forma, il partito di Via dell’Umiltà - la sede romana nelle ore più calde è presidiata dal solo Denis Verdini - va alla ricerca di risposte e prospettive per un immediato rilancio. Impresa non facile per una formazione politica abituata a organizzare l’entusiasmo e capitalizzare il carisma di Silvio Berlusconi piuttosto che gestire in maniera lucida le sconfitte.
La prima scossa tellurica si ha nel primo pomeriggio. Mentre il dato elettorale comincia a delinearsi Sandro Bondi rassegna le dimissioni da coordinatore. Una scelta che l’ex ministro della Cultura accompagna con l’auspicio che Berlusconi possa ora ricevere «l’assoluta e incondizionata libertà di decisione e di iniziativa per quanto riguarda il futuro del partito». Passano poche ore e arriva il secondo segnale: si decide di sconvocare l’ufficio di presidenza previsto per oggi. Da lì a poco Franco Frattini, uno dei nomi che continua a circolare per possibili ruoli nel partito insieme a quello di Claudio Scajola, detta alle agenzie una lunghissima analisi sulle possibili prospettive di rilancio del Pdl. «Abbiamo ancora da giocare il secondo tempo di questa legislatura, governo e partito devono rimboccarsi le maniche con urgenza, prima che le speranze alimentate e le promesse non mantenute ci facciano perdere la partita» ammonisce. Il titolare della Farnesina invoca da parte del governo «un rilancio che traini la ripresa del motore dell’economia». E chiede un nuovo modello di gestione del Pdl con la creazione di «un organismo intermedio rappresentativo, che per comodità chiamerò movimento per l’unità del partito, con membri scelti da Berlusconi. Un organismo teso a rafforzare il Pdl e il suo radicamento sul territorio. La stessa idea delle primarie - prosegue Frattini - rappresenta, ancor prima che il Congresso, il vero meccanismo trasparente e regolato per evitare la balcanizzazione del Pdl. Ben venga anche l’idea degli Stati Generali, soprattutto se saranno preparati dall’attività preparatoria di questo nuovo organismo». Più diretto il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano che scarica i coordinatori del Pdl. «Nel momento in cui Frattini parla di un direttorio bisogna superare la direzione attuale del partito, che ha preso decisioni improprie rispetto a quello che diceva Berlusconi». E se Lucio Malan chiede di «rifondare il Pdl, magari con un nome che non sia una sigla impronunciabile», Gaetano Quagliariello invita «a non concedere più al centrosinistra, soprattutto a livello locale, il vantaggio delle primarie». Una tesi sposata con convinzione anche da Giorgia Meloni che chiede, facendo proprie le parole di Giuliano Ferrara, le primarie sì, ma aperte a tutti».
C’è voglia, insomma, di una rivoluzione nel partito che introduca meccanismi di democrazia diretta. L’idea di un «predellino 2» non sembra essere d’attualità. Prevale piuttosto l’idea di ribaltare quella prospettiva coinvolgendo l’elettorato dal basso. Un obiettivo da perseguire in maniera ragionata perché non sempre la sconfitta è una buona consigliera. «Forlani citava spesso una frase di Nietzsche: “C’è una ambizione delle posizioni perdute che porta un partito verso pericoli estremi”» ammonisce Gianfranco Rotondi. «D’altra parte ricordo bene quando noi della Dc venimmo sconfitti dal Pci nelle Regionali del ’75. Non si fecero drammi e l’anno dopo la Dc si aggiudicò le elezioni nazionali. Per fare politica ci vogliono i nervi saldi. E magari una riflessione sulle alleanze».