Bondi tentato dalle dimissioni Il Cav non vuole, ma finirà così

Il ministro dei Beni culturali potrebbe andarsene prima della mozione di
sfiducia L’amarezza per la campagna di stampa negativa e per il clima
surriscaldato

Il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi pensa alle dimissioni. Alla amarezza per essere al centro di una campagna stampa negativa e immeritata, si unisce la certezza che la mozione di sfiducia contro di lui, rinviata a dopo le feste, si dibatterà in un clima troppo partigiano. La situazione politica è ingarbugliata. Il ministro è tentato di risolverla in prima persona, con un taglio netto, tornando a tempo pieno al partito.
Ancora una volta, è il Fondo unico per lo spettacolo (Fus) a scatenare le discussioni più accese. Il Fus, stralciato dal decreto «milleproroghe», per ora rimane quello fissato: 258 milioni di euro. Il mancato reintegro (alla agognata quota 398 milioni) ha suscitato ieri una forte reazione tra gli operatori del settore e tra i politici dell’opposizione. Soprattutto registi e attori hanno dichiarato a raffica, chiedendo la testa del ministro a cui rinfacciano di aver promesso inutilmente una revisione dei sacrifici voluti da Giulio Tremonti. Bondi ormai si trova accusato di qualsiasi cosa: di scarso peso politico, per non aver trovato fondi inesistenti causa perdurante crisi economica; di vandalismo, per aver causato i crolli di Pompei, da addebitarsi in realtà a decenni di incuria; di insensibilità, non essendosi presentato alla Prima della Scala e alla Mostra di Venezia, due eventi mondani ritenuti «immancabili» dai presenzialisti.
Eppure, per restare all’ambito cinematografico, il governo ha messo in campo provvedimenti mirati, come la proroga per ora di sei mesi ma in prospettiva permanente delle agevolazioni fiscali (tax credit e tax shelter). E anche misure (chissà che fine faranno) che da un lato riducono l’intervento statale e dall’altro semplificano i meccanismi con i quali i contributi pubblici vengono erogati. Con un principio guida: puntare sulle produzioni piccole ma innovative e non sul «grande» regista.
Chi ieri ha parlato di «morte dell’industria del cinema» ha il gusto dell’esagerazione. Perché, fortunatamente, la situazione non è così drammatica come vogliono farci credere i «Centoautori» che sfilarono sul red carpet del Festival di Roma, e che ora annunciano nuove clamorose proteste. I biglietti staccati tra gennaio e ottobre 2010 sono 86 milioni e passa (+16,63 per cento rispetto al 2009) e gli incassi, nello stesso periodo, sono aumentati del 25,5 per cento. La quota di mercato delle produzioni italiane è cresciuta del 6,58 per cento e la tendenza positiva vale anche per i film d’essai. Segno che la nostra industria, grazie alla professionalità di chi ne fa parte, ha la capacità di competere, anche in un momento in cui i finanziamenti sono in calo. E che dire del successo internazionale del Divo e di Gomorra? Tutto merito del Fus?
Per questo le ragioni di chi protesta non sono condivisibili, anche senza tirar fuori sacrosante questioni di principio (l’arte assistita è arte asservita allo Stato, alla politica, alla burocrazia). Il problema, per il cinema come per gli altri comparti, infatti non può risolversi nella richiesta di soldi, che tra l’altro non ci sono. Si discuta prima dell’inefficienza manageriale di troppe Fondazioni liriche, del sovrapporsi di competenze fra Stato e Regioni, della rigidità dei criteri d’assegnazione a causa della quale i dobloni finiscono sempre nelle stesse tasche. Si proponga una via d’uscita realistica, che tenga conto del fatto che il contributo statale non raggiungerà mai più i numeri di un tempo. Si liberalizzi davvero, incentivando le sponsorizzazioni, viste tuttora come fumo negli occhi. Non c’è quasi nulla da inventare. Basta «copiare» e adattare modelli stranieri, a esempio quello degli Stati Uniti, dove il finanziamento pubblico è vincolato alla capacità di attrarre capitali privati.
Sarebbe necessario un ampio confronto su questi temi, confronto che il ministro non ha mai rifiutato, salvo andare a sbattere (a Cannes e altrove) contro lo snobismo di un mondo che in linea di massima con la destra non vuole avere a che fare. Un confronto riproposto in queste ore da Bondi. Egli, rilanciando le agevolazioni fiscali (sei mesi saranno pochi ma si deve tener conto della copertura finanziaria), ha dato in realtà un segnale forte e indicato la via liberale da seguire. Tutto però lascia pensare che alle parole non seguiranno fatti concreti, perché dall’altra parte privilegiano lo scontro. Sul cinema come sull’università.