Bonicatti dialoga con la luce tra paesaggi immaginari

Immaginate la chiesa dell’Aracoeli, le cupole e il campanile ardito di Santa Maria Maggiore, i ruderi della Villa dei Quintili o Tor dei Conti che si stagliano e si riflettono tra il cielo e l’acqua di un lago immaginario. Cielo, terra, acqua sono gli elementi che saltano subito agli occhi nella pittura di Corrado Bonicatti nella mostra «Dialoghi di luce», ospitata fino al 22 marzo nel Refettorio Quattrocentesco di Palazzo Venezia. L’artista, le cui opere sono presenti in collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero, viene inserito dai critici tra gli eredi di Morandi, Mafai, Music e Afro. Ma i suoi paesaggi così poetici, che ci parlano di solitudine e di spazi entro cui si può sprofondare, possono essere accostati anche all’Infinito di Leopardi. Cosa che fa Claudio Strinati, curatore della mostra insieme a Maria Teresa Benedetti, nella monografia Bonicatti edita da De Luca. Il suo lavoro, dal 1973 a oggi, è documentato attraverso numerosi dipinti ad olio raffiguranti paesaggi, ma anche l’intimità di stanze segrete, dove la luce dà vita e movimento alle forme. Con la luce si compie un atto liberatorio che dissolve l’oscurità, per ritrovare al di là di essa la pura luce intellettuale, aspirazione suprema di molti artisti. Il suo percorso pittorico ci appare come un itinerario iniziatico dell’anima, espresso con un linguaggio raffinato che si colloca tra materia e spirito, tra cielo e terra. «Se guardo i quadri di Bonicatti, vedo una città celeste, una città di luce, come Kash, la mitica città omologa alla sommità della testa, il punto attraverso cui entriamo in contatto con il cielo», scrive Ruggero Savinio del suo amico Bonicatti, nato a Roma nel 1940 e che proprio alla sua città si ispira sublimando immagini che, tra astrazione e figurazione, prendono vita e si trasformano donandoci emozioni, miraggi, sogni. Come un pellegrino medievale, anche Bonicatti vede in Roma la città celeste dal destino eccezionale, dove ci si può anche smarrire, sia pure metaforicamente, nell’impeto delle emozioni che suscita. Tra i paesaggi romani troviamo arcate, facciate, muri dai tipici colori giallo-rossastri impastati di luce, e poi luoghi sacri, che simbolicamente alludono al passaggio verso il futuro. Orario: dalle 9 alle 19. Chiuso il lunedì. Ingresso libero