Boniperti stregato da Puskas «Come hanno fatto a perdere?»

Per l’Italia la solita figura: «Colpa di un arbitro brasiliano: lo rividi 8 anni dopo e stavo per picchiarlo»

Paolo Brusorio

nostro inviato a Torino

E questa volta non c’era nemmeno la scusa del viaggio in nave come quattro anni prima in Brasile. Millenovecentocinquantaquattro, quinta edizione della coppa Rimet, si gioca in Svizzera. Gli azzurri ci vanno in pullman ma rimediano un’altra magra figura: fuori al primo turno. Sedici squadre alla fase finale, nei gironi eliminatori l’Ungheria, strafavorita, incontra la Germania. Così quella che sarebbe diventata la finale mondiale ha un prologo incredibile: 8-3 per l’orchestra di Puskas, ma i tedeschi schierano le riserve. Nell’ultimo atto di Berna le cose andranno poi alla rovescia: l’Ungheria che da anni menava la danza in Europa (aveva rifilato un 6-3 a Londra e un 7-1 a Budapest ai boriosi inglesi), che in semifinale aveva liquidato il Brasile per 4-2 (con Puskas preso a bottigliate negli spogliatoi da Pinheiro) viene schiacciata dai cingolati tedeschi. Finisce 3-2 per Fritz Walter e soci con una scia di dubbi sulla benzina che faceva girare il motore della panzer division. Sette giorni dopo la finale tutta la squadra tedesca, ma non Walter, sarebbe finita in ospedale per un’epatite virale. Sospetti. Voci. Prove? Zero.
Capitano dell’Italia e tra i reduci dal disastro brasiliano (Cappello, Mari, Pandolfini, Muccinelli e Lorenzi gli altri) è Giampiero Boniperti, prima bandiera della Juventus («Ma sa che dovevo andare al Torino, pensi, sarei anch’io morto a Superga») e ora presidente onorario dei bianconeri. «Nel Paese c’era molto entusiasmo per quei mondiali anche perché si giocavano così vicino a casa».
Il commissario tecnico era Lajos Czeizler, applica il WM in campo, veniva dal Milan e nel ’48, alla guida della Svezia, aveva vinto le Olimpiadi a Londra. Che tipo era?
«Un vecchio signore ungherese. Un bell’uomo, alto e dal gran portamento. Severo. Mai una parola fuori posto. Czeizler era il direttore tecnico, sul campo lavorava la commissione formata da Schiavio, Pitto e Piola».
Dietro la scrivania c’è una sua foto con Piola...
«Un grande giocatore che in campo lottava come pochi. Dava delle gomitate che non ho più visto tirare da nessuno. Andavamo a caccia insieme, aveva una falcata impossibile da tener dietro».
In ritiro andaste a Ginevra, ma l’ambiente soprattutto dopo la prima partita (2-1 per la Svizzera, gol proprio di Boniperti) si surriscaldò in modo inaspettato. Che cosa successe in campo?
«Subimmo gol in contropiede, poi pareggiai io. Nella ripresa scoppiò il finimondo, prendemmo due pali con Galli e l’arbitro brasiliano Viana annullò in modo inspiegabile una rete di Lorenzi. E a dieci minuti dalla fine, ancora in contropiede, arrivò il secondo gol».
Mai più incrociato Viana?
«Sì, otto anni dopo in Cile. Ero là da osservatore e in un ristorante di Valparaiso lo riconobbi e montai su tutte le furie. Volevo quasi picchiarlo, ma riuscirono a fermarmi».
Il suo mondiale durò poco, però.
«Presi un calcione terribile dallo svizzero Flükiger. Mi ha rovinato la caviglia, così rimasi fuori la seconda partita, quella con il Belgio a Lugano».
Vinciamo 4-1, la Svizzera perde con gli inglesi, è spareggio a Basilea con i padroni di casa. Disfatta, 4-1 per loro. Come si spiega quel tracollo?
«Non erano così scarsi. Vonlanthen per esempio era un grande giocatore. Erano stati risparmiati da guerra e miseria e, forse, avevano un entusiasmo superiore al nostro».
Lei di quella nazionale era il capitano. Che cosa ha voluto dire portare quella fascia ai mondiali?
«Ero tra i reduci del Brasile, avevo più esperienza degli altri. Ma devo essere sincero: l’unica incombenza per il capitano era scegliere il verso della monetina al momento del sorteggio».
Con chi legava di più di quel gruppo?
«Con Lorenzi. Il più giocherellone di tutti. Tanto che sul pullman persino i suoi compagni dell’Inter si sedevano il più lontano possibile da lui».
Al vostro ritorno Andreotti, allora sottosegretario agli Interni, chiese di limitare gli stranieri a uno per squadra, ricorda?
«Ricordo solo che Andreotti seguiva il calcio sempre molto da vicino. Ci spediva molti telegrammi di auguri e di congratulazioni».
La finale di quella coppa Rimet è Ungheria-Germania. Perché l’Ungheria era così favorita?
«Giocava un calcio fantastico. Incontrarla, metteva paura».
Hidegkuti centravanti arretrato: era quello il segreto?
«Ma va, questa è un gran balla. Hidegkuti faceva la mezzala, poi c’erano le due ali Kocsis e Csibor che spompavano le difese avversarie e quel fuoriclasse di Puskas che faceva il resto. Tutto sinistro, usava il destro solo per scendere dal letto».
E allora come fece a perdere dalla Germania?
«Quella partita è il miglior ricordo del mio mondiale. Dovevo sposarmi, ma restai apposta in Svizzera per andare allo stadio. Dopo otto minuti l’Ungheria era sul 2-0, volevo venire via, sembrava tutto finito. Ma la Germania mise in campo una forza dell’altro mondo, non ci credeva nessuno...».
Quanto c’è di vero nelle voci sul doping tedesco?
«Non lo so. Dico solo una cosa: ancora non mi spiego come la Germania riuscì a vincere».
(2. Continua)